Visualizzazione post con etichetta fava. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fava. Mostra tutti i post

lunedì 24 gennaio 2011

il silenzio dei padri per le notti di Arcore

Non solo il cavaliere, non solo le ragazzine, non solo le maitresse e gli adulatori, non solo gli amici travestiti da maggiordomi, le procacciatrici di sesso, i dischi di Apicella e la lap dance in cantina: in questa storia da basso impero ci sono anche i padri. E sono l’evocazione più sfrontata, più malinconica di cosa sia rimasto dell’Italia ai tempi di Berlusconi. I padri che amministrano le figlie, che le introducono alla corte del drago, le istruiscono, le accompagnano all’imbocco della notte. I padri che chiedono meticoloso conto e ragione delle loro performance, che si lagnano perché la nomination del Berlusca le ha escluse, che chiedono a quelle loro figlie di non sfigurare, di impegnarsi di più a letto, di meritarsi i favori del vecchio sultano. I padri un po’ prosseneti, un po’ procuratori che smanacciano la vita di quelle ragazze come se fossero biglietti della lotteria e si aggrappano alle fregole del capo del governo come si farebbe con la leva di una slot machine…Insomma questi padri ci sono, esistono, li abbiamo sentiti sospirare in attesa del verdetto, abbiamo letto nei verbali delle intercettazioni i loro pensieri, li abbiamo sentiti ragionare di arricchimenti e di case e di esistenze cambiate in cambio di una sveltina delle loro figlie con un uomo di settantaquattro anni: sono loro, più del drago, più delle sue ancelle, i veri sconfitti di questa storia. Perché con loro, con i padri, viene meno l’ultimo tassello di italianissima normalità, con loro tutto assume definitivamente un prezzo, una convenienza, un’opportunità.
Ecco perché accanto ai dieci milioni di firme contro Berlusconi andrebbero raccolti altri dieci milioni di firme contro noi italiani. Quelle notti ad Arcore sono lo specchio del paese. Di ragazzine invecchiate in fretta e di padri ottusi e contenti. Convinti che per le loro figlie, grande fratello o grande bordello, l’importante sia essere scelte, essere annusate, essere comprate. Dici: colpa della periferia, della televisione, della povertà che pesa come un cilicio, della ricchezza di pochi che offende come uno sputo e autorizza pensieri impuri. Balle. Bernardo Viola, voi non vi ricordate chi sia stato. Ve lo racconto io. Era il padre di Franca Viola, la ragazzina di diciassette anni di Alcamo che, a metà degli anni sessanta, fu rapita per ordine del suo corteggiatore respinto, tenuta prigioniera per una settimana in un casolare di campagna e a lungo violentata. Era un preludio alle nozze, nell’Italia e nel codice penale di quei tempi. Se ti piaceva una ragazza, e tu a quella ragazza non piacevi, avevi due strade: o ti rassegnavi o te la prendevi. La sequestravi, la stupravi, la sposavi. Secondo le leggi dell’epoca, il matrimonio sanava ogni reato: era l’amore che trionfava, era il senso buono della famiglia e pazienza se per arrivarci dovevi passare sul corpo e sulla dignità di una donna.

A Franca Viola 
fu riservato lo stesso trattamento. Lui, Filippo Melodia, un picciotto di paese, ricco e figlio di gente dal cognome pesante, aveva offerto in dote a Franca la spider, la terra e il rispetto degli amici. Tutto quello che una ragazza di paese poteva desiderare da un uomo e da un matrimonio nella Sicilia degli anni sessanta. E quando Franca gli disse di no, lui se l’andò a prendere, com’era costume dei tempi. Solo che Franca gli disse di no anche dopo, glielo disse quando fece arrestare lui e i suoi amici, glielo urlò il giorno della sentenza, quando Filippo si sentì condannare a dodici anni di galera.
Il costume morale e sessuale dell’Italia cominciò a cambiare quel giorno, cambiò anche il codice penale, venne cancellato il diritto di rapire e violentare all’ombra di un matrimonio riparatore. Fu per il coraggio di quella ragazzina siciliana. E per suo padre: Bernardo, appunto. Un contadino semianalfabeta, cresciuto a pane e fame zappando la terra degli altri. Gli tagliarono gli alberi, gli ammazzarono le bestie, gli tolsero il lavoro: convinci tua figlia a sposarsi, gli fecero sapere. E lui invece la convinse a tener duro, a denunziare, a pretendere il rispetto della verità. Tu gli metti una mano e io gliene metto altre cento, disse Bernardo a sua figlia Franca. Atto d’amore, più che di coraggio. Era povero, Bernardo, più povero dei padri di alcune squinzie di Arcore, quelli che s’informano se le loro figlie sono state prescelte per il letto del drago. Ma forse era solo un’altra Italia.

Claudio Fava

sabato 18 dicembre 2010

Alleanze larghe. Ma per fare cosa?

Dalla vergogna dei giorni scorsi (non penso alla fiducia confermata al governo Berlusconi ma al modo in cui gli è stata garantita) si sarebbe potuto trarre insegnamento per parole e azioni adeguate, più umili nel riconoscimento dei propri errori, più sobrie nell’indicare una nuova strategia politica. Non è andata così. All’acquisto in contanti di parlamentari della Repubblica non è corrisposta una sola parola di preoccupazione dal presidente Napolitano. Il suk di Montecitorio, definito uno spettacolo indecente nei commenti politici di tutti i paesi, dai silenzi del Quirinale è stato salutato come l’esercizio di autonome e sovrane prerogative del parlamento. Quale sovranità e soprattutto quale autonomia vi sia nelle parole di Scilipoti e di Calearo, a noi comuni mortali continua a sfuggire.
Intanto l’opposizione si riorganizza. I pronunciamenti del segretario del Pd sono stati chiari: archiviamo le primarie e allarghiamo la coalizione al terzo polo, così forse un giorno avremo un voto in più di Berlusconi. A prescindere dal fatto che le primarie non sono nella disponibilità di nessuno, nemmeno di Bersani, convinto di poterle concedere o meno come faceva Carlo Alberto con lo Statuto, resta imbarazzante la perseveranza con cui il PD continua a proporre matrimoni politici a Fini e a Casini. Lo scrivo senza spirito di polemica, perché nel mio imbarazzo non c’è alcun pregiudizio. Solo un giudizio. Meglio, una domanda: ci si allea per far che?
Anche gli scolari hanno compreso che il problema non sarà semplicemente sconfiggere ai punti Berlusconi ma costruire nel paese una via d’uscita dal berlusconismo. Che in questi anni non è stata solo una mortificazione delle regole e dell’etica pubblica, un debordare del privato nel pubblico, un’assenza di pudore e di verità. E’ stato soprattutto altro. Per esempio l’apparire all’orizzonte d’un progetto politico e culturale che proclama, in nome dei mercati e della competizione, la fine dei diritti. Le parole di Marchionne non sono state un incidente di percorso e Pomigliano è la prova d’orchestra di una riscrittura spietata dei rapporti tra capitale e lavoro. Che si può raccontare, ci si perdoni la semplificazione, in una battuta: meno diritti a chi lavora, meno doveri per chi produce. Non a caso questo governo ha proposto la rottamazione dello statuto dei lavoratori e l’archiviazione di fatto dell’art.41 della Costituzione, quello che parla dei “fini sociali” dell’impresa. Che oggi rivendica invece la propria incondizionata libertà: di fare e disfare i contratti, di piantare e spiantare i propri stabilimenti sul territorio nazionale, di accettare o rifiutare la contrattazione collettiva.
Bene: cos’hanno in comune sulla valutazione etica del mercato, sui limiti da attribuirgli e sulle tutele inemendabili da riconoscere al lavoro subordinato, cosa condividono su questo terreno con il partito di Fini (che ha fatto del liberismo il proprio manifesto culturale una settimana fa) non dico la sinistra italiana ma il cauto riformismo del PD? E le centinaia di migliaia di giovanotti e professori precari che si sono arrampicati sul tetti delle loro università per guardare in faccia il paese e per mostrare la povertà delle loro “gru”, quei palazzi del cosiddetto sapere spogliati di ogni funzione, di ogni risorsa, di ogni futuro: che cosa gli diciamo, che stiamo con loro ma anche con la Gelmini? Come fai ad arrampicati allegro e sfacciato in cima ai tetti per portar loro solidarietà se poi decidi che alle elezioni bisogna andare assieme al partito di Fini che una settimana fa ha votato a favore della riforma universitaria?
E allora torniamo al nostro quesito: ci si allea con Fini, cioè con una proposta politica orgogliosamente e lucidamente di destra, per far cosa? Governare questo paese, disincagliarlo dai falsi miti del berlusconismo, redimerne il senso comune sempre più involgarito non si ottiene limitandosi a riscrivere insieme le regole. Perché dopo e dietro le regole viene la politica. E a quelli come Scilipoti, che si vendono la faccia per un tozzo di pane, non devi opporre anatemi ma il coraggio della verità: tu da che parte stai? Con Marchionne, con la Gelmini, con Fini? O con i lavoratori, gli studenti, i precari, i cittadini illividiti dai teatrini della politica? Prima rispondiamo a questa domanda, poi decidiamo chi sta con chi.
Claudio Fava
Fonte: L'Unità

sabato 20 novembre 2010

Claudio Fava su Sentenza Dell'Utri

lunedì 6 settembre 2010

Fava: il voto è atto di verità e decenza


Fli/ Fava (Sel): Pdl non esiste, voto è atto di verità e decenza
Tutto come previsto, Fini resta a destra come era comprensibile


Il comizio di Gianfranco Fini alla Festa del Tricolore di Mirabello non ha aggiunto alcuna novità secondo Claudio Fava, coordinatore della segreteria nazionale di Sinistra Ecologia Libertà. Ora l'unico atto di "verità e decenza" sarebbe quello delle elezioni anticipate. "Tutto come previsto - commenta in una nota Fava al termine del comizio del presidente della Camera -: il Pdl non esiste più, Fini resta a destra come era comprensibile, l'attuale Parlamento è sempre più ingovernabile". Adesso, continua "il voto sarebbe un atto di verità e di decenza politica".

Claudio Fava ieri ha concluso la Festa di SEL Umbria con un dibattito a cui hanno partecipato i rappresentanti delle associazioni e della Fabbrica di Nichi di Perugia.
Alla Festa venerdì ha partecipato anche Nichi Vendola.Ad ascoltarlo oltre duemila persone

******************

Si è conclusa ieri la prima Festa regionale di Sinistra Ecologia Libertà dell'Umbria che si è tenuta a Perugia (frazione di Pretola), registrando un'altissima partecipazione di pubblico.

SEL Umbria vuole esprimere il proprio ringraziamento a tutti gli intervenuti, gli esponenti politici, le associazioni, le persone che hanno partecipato agli incontri e a tutti coloro che, con la loro gioiosa presenza, hanno animato la festa.

SEL Umbria ringrazia altresì tutti i volontari, simpatizzanti e iscritti provenienti da tutta la Regione, che hanno permesso, con il loro entusiasmo e la loro energia, di realizzare questo primo appuntamento di festa e di riflessione, che ha significato l'affermazione di una politica dal basso che recupera valori recentemente perduti.


La Segreteria Regionale SEL Umbria

mercoledì 25 agosto 2010

FIAT: SEL, C'E' ANCORA ITALIA DELLE REGOLE, DEI DIRITTI, DELLA DIGNITA'


(ASCA) - Roma, 25 ago - ''C'e' ancora un'Italia delle regole, dei diritti e della dignita' della persona umana: la testimoniano, con la pacata fermezza delle loro parole il Presidente Napolitano e i tre operai Fiat che chiedono il rispetto di una sentenza''. E' quanto afferma, a nome di Sinistra Ecologia Liberta', il coordinatore della segreteria nazionale Claudio Fava.

''Rispetto a quest'idea di Paese civile - conclude Fava - e' Marchionne a sembrare un forestiero''. Lo rende noto l'ufficio stampa nazionale di Sel.

*******************************

Luciano Gallino: Lotta di Classe

Dinanzi al peggioramento generale delle condizioni di lavoro provocato dalla crisi, veniva da chiedersi come mai il conflitto di classe non mostrasse segni di ripresa.

La spiegazione che si soleva dare era che mancava un soggetto capace di trasformare il malcontento dei lavoratori in appropriate iniziative, diffuse e unitarie, sul fronte politico e sindacale. Da ieri sappiamo che quel soggetto esiste e si dà da fare. Non è una nuova formazione politica: è la Fiat. L´invito a starsene a casa, seppur pagati, trasmesso ai tre lavoratori di Melfi nonostante un giudice ne abbia ordinato il reintegro dopo il licenziamento in tronco con l´accusa di sabotare la produzione, nelle intenzioni dell´azienda voleva essere evidentemente una prova di forza. In gioco ci sono i futuri sviluppi del piano “fabbrica Italia” a Pomigliano e a Mirafiori, non meno che a Melfi. Si tratta invece di una prova di debolezza e di un grave errore.
E´ una prova di debolezza perché una volta presentato il ricorso contro l´ordinanza del giudice, sorretto da una poderosa documentazione, un´azienda che si sentisse forte delle proprie ragioni avrebbe potuto aspettare tranquillamente l´esame in tribunale, invece di accanirsi ancora sugli interessati. Il bisogno di dare subito un´altra lezione all´insieme dei dipendenti, tradisce una disposizione a prendere decisioni precipitose che fa pensare ad un´azienda che non si sta affatto muovendo su un terreno solido. Da parte dell´azienda è anche un errore destinato a diffondere a macchia d´olio le preoccupazioni per il futuro che il piano Fiat pare chiaramente anticipare. Abbandono del contratto nazionale, intensificazione massima delle prestazioni, sindacati nell´angolo, e fuori dalla fabbrica il primo che apre bocca o muove un dito. Piaccia o non piaccia ai giudici del lavoro. Finora i lavoratori hanno sopportato. Senza l´aiuto dei sindacati, bisogna dire, tranne la Fiom. Quando hanno potuto esprimersi liberamente, come nel referendum di Pomigliano, un terzo di loro ha fatto sapere che quel futuro non è accettabile. Grazie ad iniziative tipo lo schiaffo ai reintegrati, quel terzo di dissidenti potrebbe anche diventare la metà o magari i tre quarti. E ovviamente non soltanto negli stabilimenti Fiat.
Il ritorno ad un conflitto di classe che si esprima con gli strumenti della democrazia e però mandi in soffitta l´idea reazionaria che per avere e mantenere un lavoro bisogna sottostare a qualsiasi condizione un´azienda si sogna di imporre perché il mondo è cambiato, la globalizzazione lo esige, la competitività ce lo impone ecc., tutto sommato sarebbe una novità interessante nel deserto della politica italiana. Sarebbe paradossale se un efficace contributo al suo ritorno venisse proprio dall´azienda, la Fiat, che negli ultimi mesi ha fatto di tutto per presentarlo come un residuo arcaico della rivoluzione industriale.

Fonte: La Repubblica, domenica 22 agosto 2010

martedì 29 giugno 2010

Fava sulla sentenza Dell'Utri:"la storia d'Italia ora va riscritta"


'L'uomo che ha fondato Forza Italia era complice della Cupola. La Seconda Repubblica è nata con l'imprinting di Cosa Nostra. Questa sentenza tramanda ai posteri una verità ormai innegabile'. Parla il giornalista e politico siciliano esperto di mafia

Concorso esterno in associazione mafiosa per Dell'Utri. Anche in appello, ma con una pena ridotta a sette anni. E' stata questa la decisione dei giudici di Palermo che hanno emesso la sentenza di secondo grado nel processo a carico del senatore del PdL e fondatore di Forza Italia dopo 6 giorni di camera di consiglio. Confermate le accuse per i fatti avvenuti fino al 1992, mentre per quelli successivi (che includerebbero la trattativa tra Stato e mafia e la stagione delle stragi), la Corte ha stabilito che il fatto non sussiste.

Nel 2004, in primo grado, Dell'Utri era stato condannato a 9 anni di reclusione sempre per concorso esterno in associazione mafiosa, dopo una camera di consiglio che durò 13 giorni. A chiedere il processo d'appello sono stati sia la difesa che l'accusa. Per Dell'Utri il procuratore generale Antonino Gatto aveva infatti chiesto 11 anni di reclusione.

Per capire meglio la portata di questa decisione 'L'espresso' ha intervistato Claudio Fava, giornalista autore di numerosi articoli e saggi sulla mafia siciliana e coordinatore nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà, nonché figlio di Pippo Fava, il giornalista catanese assassinato per i suoi articoli sulla collusione tra la mafia e le istituzioni.

Cosa succede adesso?
"Adesso bisogna riscrivere la Storia d'Italia. Il braccio destro di Silvio Berlusconi, colui che ha organizzato il partito di Forza Italia partendo da Publitalia, era organico a Cosa Nostra, complice e sodale dei boss come dimostra questa sentenza di condanna. Si è costretti a rileggere le vicende e la nascita della Seconda Repubblica alla luce di un patto tra Berlusconi e la Cupola siciliana".

Per Berlusconi cosa significa questa sentenza?
"Questa sentenza getta un'altra ombra sul governo Berlusconi, che fino a ieri era una penombra. Basta unire i tanti punti della vita politica di Berlusconi per avere un quadro di insieme. La collaborazione stretta per la fondazione del partito di governo con un uomo giudicato colluso con la mafia, l'elogio funebre fatto all'uomo d'onore Mangano, l'opera costante di indebolimento degli strumenti di indagine fatta in questi anni, con la legge sulle intercettazioni che costituisce solo l'ultimo esempio. L'imprinting mafioso di Forza Italia aiuta a capire meglio il perché di tante decisioni".

Però la sentenza arriva solo fino ai fatti del 1992. La discesa in campo di Berlusconi è avvenuta dopo.
"La scansione dei tempi giuridici è una cosa, la realtà è un'altra. Se si è amico di certi soggetti non si smette di esserlo il 31 dicembre del 1992. Una volta che sei amico dei mafiosi lo resti per sempre, a meno che non fai una scelta opposta e smetti di dare certe garanzie. In quel caso però rischi di essere ammazzato come Salvo Lima. Non bisogna poi dimenticare che la nascita di Forza Italia è un processo lungo che nel 1992 era già attivo".

E adesso che cosa accade in Sicilia?
"Deve essere riscritta anche la cronaca. La presidenza della Regione del governatore Lombardo si regge oggi grazie a una strana alleanza tra il Pd e gli uomini di Miccichè e Dell'Utri. Dopo aver avuto un presidente come Cuffaro, condannato anche lui per associazione esterna, adesso c'è quindi una nuova coalizione con le stesse pendenze. Penso che il Partito Democratico di fronte a questi elementi dovrebbe raddrizzare la schiena e smettere di legittimare con il suo sostegno un governo che contiene al suo interno anche l'espressione di interessi mafiosi".

Cuffaro e Dell'Utri. Due casi diversi ma entrambi al centro della scena siciliana.
"Sono segnali importanti questi. Quando la magistratura fa luce su certe vicende permette ai siciliani di decidere se uscire da questo degrado profondo e fare quello scatto di reni che servirebbe. Non parlo solo di classe politica ma anche degli elettori. La storia non la scrive la magistratura, ma le persone".

E' stato veramente un processo "solo di pentiti"? La difesa di Dell'Utri ha sollevato dubbi sull'influenzabilità dei giudici da parte dell'opinione pubblica.

Fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/fava:-la-storia-ditalia-ora-va-riscritta/2129889

sabato 19 giugno 2010

Fava (SEL): "Operai Fiat, il Popolo Viola dov'è?"


L’indignazione, dalle nostre parti, è un mestiere dai tratti aristocratici. Ci si indigna per le libertà violate, per i bavagli all’informazione, per i puntigli e i principi: le piazze si riempiono di camicie viola e megafoni, i giornali dedicano dozzine di pagine a raccogliere i sentimenti di un intero popolo, si consultano opinionisti, padri della patria, oracoli, ci si incatena davanti ai cancelli della Rai o al portone perennemente chiuso di Palazzo Chigi. Nulla di tutto questo è accaduto ai margini della vicenda di Pomigliano. Ovvero di fronte all’offensiva padronale della Fiat contro i diritti degli operai, diritti indisponibili perché affermati e tutelati dalla Costituzione, come il diritto riconosciuto a qualsiasi lavoratore di poter scioperare per difendere le proprie ragioni.

Quel diritto, nella proposta di contratto di Marchionne, si trasforma in un viatico al giusto licenziamento come non accadeva nemmeno nella Fiat di Valletta. Marchionne e questo governo chiedono che, in cambio di investimenti sullo stabilimento di Pomigliano, i lavoratori della Fiat rinuncino al contratto collettivo, alla mensa, a turni di lavoro meno massacranti. Dice la Fiat: se volete che la fabbrica non venga smontata e portata in Polonia, queste sono le condizioni di lavoro e di contratto, prendere o lasciare. Qualcuno ha preso, qualcun altro ha lasciato ritenendo (è la posizione della Fiom) che, se passa a Pomigliano, questo modello contrattuale fondato sulla rinunzia ai propri diritti diventerà il modello obbligato su cui impresa e lavoratori regoleranno i loro rapporti e i loro conti ovunque in futuro.

Perché il popolo viola tace? Perché su questa battaglia di principi e di diritti non si sono ascoltate le voci alte e indignate che abbiamo registrato sul bavaglio ai giornalisti? Perché i direttori dei grandi quotidiani italiani hanno derubricato questa faccenda a una contesa interna alla Cgil e non a uno scontro di civiltà tra un mercato che non vuole lacci e lacciuoli e la civiltà del lavoro che è anzitutto luogo di dignità? Non lo dico per furia ideologica ma perché penso al paese materiale. Dove la materialità sono anche i 750 euro di cassa integrazione che percepiscono gli operai di Pomigliano, i diciotto turni di lavoro pretesi dalla Fiat, la rinunzia alla refezione, la promessa di tornare a una valutazione dei rendimenti in fabbrica scandita dai cronometri e dalla minaccia di licenziamento nella più ottusa tradizione taylorista.

Marchionne dice che l’abrogazione de facto del contratto nazionale di lavoro e la violazione delle garanzie costituzionali sarà un’eccezione, un pedaggio richiesto se si vuole evitare la chiusura dello stabilimento. Ma cosa impedirà in futuro alla Fiat, a questo governo o alla confindustria di invocare lo stesso principio d’eccezionalità per altre fabbriche, per altri contratti di lavoro da violare? Cosa impedirà che la messa in vendita del diritto di sciopero diventi prassi pretesa e imposta in tutto il paese? Cosa impedirà che Pomigliano D’Arco rappresenti il principio di una fine? La fine dello stato di diritto, del sindacato, dello statuto dei lavoratori, della responsabilità sociale delle imprese prevista dalla Costituzione.

E soprattutto: chi lo impedirà? I senatori dell’opposizione democratica che, in un paese in cui l’informazione pubblica è asservita ai capricci di Berlusconi, si sono lamentati per il troppo spazio concesso dai Tg alla Fiom? Lo impedirà Veltroni che parla di «accordo inevitabile», di una «condizione obiettiva» in nome di una non meglio precisata «sfida di innovazione?». Adesso si chiama innovazione togliere la mensa agli operai? Ma se per chiedere un investimento all’azienda più beneficiata nella storia italiana da contributi pubblici diretti e indiretti bisogna derogare al contratto, ai diritti e ai principi costituzionali, che senso ha tenere in vita i sindacati? Trasformiamo la Cgil in una bocciofila e lo Statuto dei lavoratori in una preghierina da catechismo e non se ne parli più. Dice Veltroni, e dice il vero: 1.600 permessi per fare i rappresentanti di lista tra gli operai di Pomigliano alle ultime elezioni politiche. Omette di aggiungere che 1.200 richieste portavano la firma del suo partito, il Pd.

Eppure su tutto questo tacciono quasi tutti. Finché si tratta di mandare al rogo Berlusconi, todos caballeros: ma se c’è da spendere un pensiero preoccupato sulla Fiat, sui poteri forti del capitalismo italiano, il più decotto e assistito d’Europa, le parole si fanno caute, non una sciarpetta viola ad agitare le piazze, non un megafono a spiegare davanti al portone sprangato di palazzo Chigi che questione sociale e questione democratica sono entrambe sofferenze di un paese molto malato.

19 giugno 2010

http://www.unita.it/news/commenti/100184/operai_fiat_il_popolo_viola_dov
.

sabato 5 dicembre 2009

No Mafia Day


Berlusconi s’è risentito per la reazione indignata che le sue parole sulla mafia hanno prodotto nel paese. E i suoi lacchè hanno subito parlato d’una sinistra a cui manca il senso dell’umorismo, che quel “li strozzerei…” rivolto agli scrittori di mafia è gergo cameratesco, milanesismo, insomma una battuta, mica un’intenzione.
E’ un equivoco che si trascina da anni: l’idea cioè che il problema di questo paese si riduca a certe parole avventate, a certi calembour, a certe barzellette. Il problema invece è l’amicizia (solida) tra pezzi di questo governo e le mafie. Il problema sono i rapporti (solidi) costruiti negli anni tra mafiosi conclamati come Vittorio Mangano e lo stesso Berlusconi. Il problema sono i riferimenti puntuali e preoccupanti che diversi collaboratori di giustizia, ritenuti più che credibili da quattro Procure, hanno verbalizzato sul partito di Berlusconi e sulle sue frequentazioni mafiose. Il problema è una condanna in primo grado, destinata ad essere confermata in Appello, per Marcello Dell’utri che di Forza Italia fu ideologo, manovratore e organizzatore.
Il problema è questo paese, che s’indigna per le frequentazioni dello zio di Noemi e si dimentica le frequentazioni del capo del Governo, del presidente del Senato, del sottosegretario Cosentino. Il problema non è solo la mafia ma chi continua a farne una risorsa politica, un’opportunità elettorale, una realtà economica. Da proteggere, magari decidendo con un codicillo parlamentare che i beni confiscati ai mafiosi, invece di essere assegnati al cooperative giovanili o ad associazioni no profit, vengano svenduti all’asta. Un modo per restituire quei beni ai mafiosi e ai loro prestanome.
Il problema è anche nostro, se da sinistra continuiamo a derubricare queste vicende a una questione personale, al carattere dei Silvio Berlusconi, alle sue frequentazioni. Per cui, sconfitto il cavaliere, sarebbe sconfitta anche l’impudenza di certa politica e l’impunità della mafia. Così non è. Questo paese si sta abituando a considerare le organizzazioni criminali un fatto al quale rassegnarsi: nella politica, nella finanza, nella società. Rimettere al centro dell’iniziativa politica una campagna per liberare il paese dalle mafie dovrebbe essere oggi il primo punto del manifesto programmatico di Sinistra, Ecologia e Libertà. Il primo impegno concreto da assumere con il nostro popolo nell’Assemblea del 19 e del 20. Liberare le istituzioni dagli amici dei mafiosi, liberare la politica dalla sua subalternità, liberare le città e le regioni dai lacci e lacciuoli che spesso hanno legato il destino delle loro amministrazioni a interessi illeciti. Anche quando a governare è stato il centrosinistra.
Ripeto: il nostro problema non è Berlusconi. C’è da ricostruire un’idea di paese, un sentire civile collettivo che faccia della lotta di liberazione dalle mafie una grande vertenza di popolo e non il lascito ad alcuni magistrati. All’appello dei nostri militanti Sinistra Ecologia e Libertà deve rispondere subito proponendo una grande mobilitazione nazionale che rimetta al centro una nuova questione civile e morale. Come questo paese ha saputo scendere compatto e numeroso in piazza per difendere la propria libertà di stampa, credo che valga ancor più la pena proporre un appuntamento per difendere la libertà di tutti dall’egemonia delle mafie.
Non possiamo consolarci sapendo il lavoro prezioso che la società civile, da Libera in poi, ha svolto negli anni su questo terreno: occorre che la politica e la sinistra tornino ad assumersi una loro responsabilità. Proviamo a mettere insieme le nostre risorse con le centinaia di migliaia di cittadini che stanno organizzando per il 5 dicembre il “No B Day”. Per rispondere, più che a Berlusconi, ai suoi innominabili amici serve un No Mafia Day. Vogliamo provare a lavorarci?

di Claudio Fava - lun. 30 nov.

lunedì 23 novembre 2009

Adesso dipende solo da noi


di Claudio Fava

Duole che il Partito socialista abbia deciso di abbandonare (temporaneamente, speriamo) il progetto di Sinistra, Ecologia e Libertà e di andare con il proprio simbolo e con proprie liste alle regionali di marzo. Duole e c’interroga tutti: ma non sarà una ragione per mettere da parte il progetto nel quale siamo tutti impegnati. Per un motivo elementare: quel progetto non è più solo nostro, appartiene a un milione di donne e uomini che ci hanno votato alle europee, alle migliaia di amici che ci hanno offerto la loro adesione, alle compagne e ai compagni che hanno aperto in questi mesi circoli di Sinistra, Ecologia e Libertà in tutto il paese. Dico di più, questo progetto appartiene all’Italia, a un paese orfano di buona politica, all’urgenza di rimettere in campo una nuova sinistra italiana.
Certo, ai soci fondatori, ai partiti e alle forze politiche che hanno promosso Sinistra e Libertà appartiene – nelle forme di un rogito notarile – la disponibilità di un simbolo. Ma qui non di simboli si parla bensì di un’idea, di un progetto che potrà darsi forme e segni diversi ma che resta la ragione civile e culturale della nostra sfida. Dispiace che i socialisti abbiano scelto un’altra strada, e che il nuovo gruppo dirigente dei Verdi sia impegnato a ricostruire il perimetro della propria identità. Dispiace, ma qui è d’altro che parliamo. E sarebbe ingenuo confondere lo spirito di una missione politica con i segni grafici che lo raccontano.
Il progetto di Sinistra, Ecologia e Libertà non solo non è morto, come annunciano talune prefiche, ma ha in sé ancor più ragioni e urgenza per guardare avanti. L’unica cosa che è nella nostra disponibilità è dichiararci inadeguati a questo progetto. Farci da parte. Aspettare che altri raccolgano questa sfida. Ma nessuno, ripeto: nessuno ha il diritto di ammainare una bandiera che appartiene ormai alla coscienza del paese e alla militanza di migliaia di donne e uomini che, sotto questa bandiera, hanno ritrovato le ragioni della propria passione politica.
Per quanto mi riguarda, per quanto riguarda le compagne e i compagni di Sinistra Democratica, noi andiamo avanti. Senza scorciatoie politiciste. Senza puntare all’invenzione di piccoli partiti di testimonianza. Senza cercare rifugio in una sinistra residuale, antagonista, minima. Andiamo avanti per rilanciare il progetto originario e per fare dell’assemblea nazionale del 19 e del 20 dicembre anzitutto un’occasione per produrre democrazia, partecipazione e politica. Sarà quello il momento per offrire al paese il nostro punto di vista e la nostra proposta. Se riusciremo a ricondurre Sinistra, Ecologia e Libertà sul terreno della politica, come stiamo facendo in questi giorni (l’adesione – con nostri contenuti . alla manifestazione del 5 dicembre, la collaborazione avviata con il Forum dell’acqua, il sostegno alla vertenza della Cgil università per l’11 dicembre…), non ci sarà defezione che potrà togliere forza a questo percorso. Se poi qualcuno vorrà fermarsi o tornare indietro, se preferirà cercare facili approdi in altri porti, lo faccia. Ma sarà una scelta sua, e basta. Perché Sinistra, Ecologia e Libertà va avanti.

domenica 8 novembre 2009

"Caro Saviano, scusa se insisto. Questa è la nuova Resistenza"


"Caro Saviano, scusa se insisto. Questa è la nuova Resistenza"
di Claudio Fava

Caro Saviano,
due giorni fa a Napoli ho chiesto pubblicamente la tua disponibilità a candidarti per la presidenza della Regione Campania. Non è stato uno sgarbo né una forzatura ma una necessità civile. Perché a Napoli, fra qualche mese, ci giochiamo non solo il destino della tua regione ma un’idea di nazione. Chiamata stavolta a decidere di sé stessa: se pensa cioè di potersi riscattare dal giogo delle mafie e dei sospetti, dai furti di verità e di memoria, dall’impunità che s’è fatta sistema. O, altrimenti, se questo paese si è ormai arreso alla forza degli eventi, al corso inevitabile delle peggiori cose.

Il candidato che la destra quasi certamente presenterà si chiama Nicola Cosentino, sottosegretario del governo Berlusconi, uomo forte del PDL in Campania e «uomo a disposizione dei Casalesi», secondo le dichiarazioni di quattro collaboratori di giustizia, acquisite dalla Procura di Napoli. Falso, dice Cosentino. Vero, dicono i suoi accusatori. Possibile, dicono i giudici che l’hanno iscritto nel registro degli indagati. Chiunque al posto suo avrebbe fatto un passo indietro fino a che non fosse spazzata via l’ombra di un sospetto così lacerante. Chiunque: non Cosentino. Che continua a fare il sottosegretario e oggi si candida a governare la sua regione. Io c’ho i voti, fa sapere: e noi gli crediamo. Peccato che i voti da soli non bastino per restituire limpidezza alle storie degli uomini.

Che si fa, dunque, se Cosentino e il suo partito sceglieranno di sfidare il senso della decenza? Gli si contrappone un notabile di segno politico contrario? Si va in cerca d’un candidato comunque, purché abbia il cartellino penale pulito? Si derubrica questa elezione come un fatto locale, una cosa di periferia? E pazienza se poi colui che rischia di vincere andrà a governare in nome dei voti suoi e di quei sospetti... Io dico di no. E per questo, caro Saviano, se Cosentino dovesse candidarsi, ti chiedo di fare la tua parte accettando di candidarti anche tu.

Conosco già la tua obiezione che è stata anche la mia per molti anni: che c’entro io con la politica? Quando ammazzarono mio padre, pensai la stessa cosa: la mia vita è qui, mi dissi, continuare il mestiere suo e mio, scrivere, dire, capire. Perché la scrittura, una scrittura disposta a mettere in fila nomi e fatti, è un impegno civile capace da solo di riempire una vita. Vero. Poi però arrivano momenti della vita in cui capisci che ti tocca far altro. E fare altro, fare di più, a volte vuol dire la fatica della politica, affondare le mani e la vita in questa palude per provare a portarci dentro un po’ d’alito tuo, un po’ della tua storia, un po’ della tua sregolatezza, un po’ dei tuoi sogni. Non inventiamo nulla, caro Saviano.

Ci fu una generazione di ragazzi, nel ’43, costretti dalla notte all’alba a improvvisarsi piccoli maestri delle loro vite. Lasciarono le case, le donne, gli studi e per un tempo non breve si presero sulle spalle il mestiere della guerra. Se siamo usciti dalla notte di quella barbarie, lo dobbiamo anche a loro.

Anche questo è un tempo in cui occorre trovare il coraggio e la spudoratezza di fare altro. Di inventarsi altre vite. E di misurarsi con mestieri malati, com’è quello della politica. So che adesso qualcuno s’imbizzarrirà: che c’entra la resistenza con la lotta alle mafie? Che centrano i nazisti? Che c’entra Casal di Principe? Io invece credo che tu capisca. In gioco è il diritto di chiamarci ancora nazione. Quel diritto oggi passa da Napoli, dalle cose che diremo, dalle scelte che faremo. O dai silenzi in cui precipiteremo.

"L'Unità" 08 novembre 2009

venerdì 30 ottobre 2009

ALLEATI DEL PD, A PATTO CHE…


di Claudio Fava

L’incontro tra Pierluigi Bersani e Nichi Vendola registra un fatto positivo: l’apertura di una nuova fase nel rapporto tra Sinistra e Libertà e il Partito Democratico. Una fase, ci auguriamo, di maggior verità politica e di reciproco rispetto per l’altrui autonomia. Si tratta, riconosce Bersani, di costruire un campo di impegno e di opposizione sociale che fino ad oggi è stato molto episodico. Anche per questo, per far sì che a prevalere sia la politica e non la sua rappresentazione astratta, vorrei proporre a Bersani alcuni temi concreti su cui verificare se esiste lo spazio di un’azione condivisa.

Anzitutto il lavoro, dice il segretario del PD. Bene. Oggi a Bologna cinquemila delegati della Fiom si sono ritrovati per discutere sulla firma separata al loro contratto e su un’involuzione netta e grave nelle forme della democrazia sindacale. Sinistra e Libertà si è già pubblicamente impegnata per una proposta di una legge sulla rappresentanza, che riconosca il diritto di voto dei lavoratori sulle piattaforme contrattuali e sugli accordi sindacali: il PD è con noi su questo terreno? Sinistra e Libertà da mesi propone che si estendano gli ammortizzatori sociali a tutte le persone che ne sono prive, a prescindere dalla tipologia del loro inquadramento contrattuale: possiamo contare in questa battaglia sul Partito Democratico? Senza aspettare i vaticinî di Tremonti, rivedere la legge sul precariato (colpevolmente accantonata dal governo Prodi) e ripristinare la centralità di un lavoro sicuro è cosa buona, giusta e urgente: che ci dice Bersani?

Il superamento del bipartitismo, dice il segretario del PD, e un nuovo campo di alleanze che includa a pieno titolo Sinistra e Libertà. Bene. Possiamo chiedere a Bersani di essere coerente con questo annuncio e di battersi affinché alle Camere non venga approvata una soglia di sbarramento alle elezioni amministrative, lasciando a ogni regione il diritto e la potestà di legiferare su questo punto? Possiamo immaginare un percorso condiviso e non muscolare per le regionali che permetta alle coalizioni di centrosinistra di individuare non solo alleanze ma anzitutto candidati capaci di esprimere una nuova etica pubblica? Bersani è d’accordo nel considerare questo condizione come una discriminante fondamentale in regioni come la Calabria e la Campania?

La sicurezza dei cittadini passa anzitutto attraverso una grande opera pubblica e civile: la messa in sicurezza del paese. Il più devastato d’Europa da un abusivismo senza scrupoli, il più esposto al rischio idrogeologico, il più insicuro di fronte a terremoti ed eruzioni. Se così è, l’apertura annunciata del cantiere per il ponte sullo stretto, fissata dal ministro Matteoli per il 23 dicembre, è una beffa, un insulto e una scelleratezza politica. E’ disponibile Bersani a darsi appuntamento, assieme a Sinistra e Libertà, il 23 dicembre a Messina per dimostrare che esiste ancora un’Italia consapevole e di buonsenso, pronta a battersi con ogni mezzo civile e politico perché quel cantiere non venga aperto? E per trasformare la questione ponte sullo stretto in una grande vertenza politica europea, esattamente come accadde sei anni fa quando il Parlamento europeo votò contro ogni finanziamento a quel progetto?

I diritti civili. Per esempio, le tre mozioni che Sinistra e Libertà ha presentato in decine di comuni italiani (il registro per le unioni civili, un osservatorio contro l’omofobia, il registro per il testamento biologico) e che spesso non sono state messe al voto per responsabilità del Partito Democratico: preoccupato, come ci hanno spiegato i sindaci di Bologna, Torino e Padova, di doversi dividere su questi temi. A congresso concluso, Bersani si può impegnare a schierare il PD a fianco di Sinistra e Libertà su queste mozioni, senza dover continuare a mediare fra le troppe anime del suo partito?

Il campo di alleanze: deve includere l’UDC, dice Bersani, senza pregiudizio alcuno. Sono d’accordo nell’eliminare ogni pregiudizio: sia favorevole che contrario. Non ha senso immaginare in astratto il perimetro delle alleanze senza sapere, in concreto, su cosa poi ci si allea. La difesa della Costituzione? Giusto. Ma non occorre candidarsi insieme alle regionali per difendere insieme la Carta Costituzionale. Ci dica Bersani, e prima di lui ci dica Casini, qual è la posizione dell’UDC sui punti nevralgici che definiscono il profilo e lo spirito di una coalizione che vuole governare insieme (lavoro, salari, diritti civili, laicità dello stato, questione morale, apertura al nucleare, lotta alla mafia…).

Sono pochi spunti. Ma sono tutti spunti politici. Chi scrive è ben felice che sia stata superata l’infatuazione del bipartitismo in cui il PD di Veltroni era precipitato. E che si riscopra quanto di positivo ci sia stato nell’esperienza e nello spirito del primo Ulivo. Purché ci sia verità: reciproca. Manderemo Berlusconi all’opposizione non con le tattiche elettorali ma con un progetto di paese. Onesto, radicale, convincente. Su questo terreno, non su altri, Sinistra e Libertà è pronta a dialogare con il PD.