martedì 29 dicembre 2009

i sette fratelli Cervi - 28 dicembre 1943

Dichiarazione dei Socialisti e delle Associazioni Socialiste


Dichiarazione dei Socialisti e delle Associazioni Socialiste

Premesso che :

- la scelta di abbandonare la costruzione del nuovo partito di SEL non trova alcun senso nella maggior parte del mondo socialista;

- è sempre più evidente la necessità di costruire un soggetto politico nuovo nei comportamenti e nell’organizzazione con una forte caratterizzazione, sul piano dei valori, degli ideali di uguaglianza, democrazia e laicità, che per noi del mondo socialista rappresenta il naturale approdo all’unico progetto di rinascita della sinistra che consideri il patrimonio di idee, di cultura e di programmi, della storia del socialismo italiano, elemento essenziale delle proprie ragioni costitutive, all’interno di un processo di ridefinizione dell’identità e degli obiettivi del socialismo europeo;

- tale soggetto politico deve rappresentare il superamento dell’anomalia della sinistra italiana, ma anche contribuire ad aggiornare la strategia del movimento socialista a fronte della grave crisi economica e sociale internazionale indotta dal liberismo, da un lato, e dall’altro, essere riferimento politico per un progetto ed un programma che sappia riaprire la speranza e la fiducia in una qualità dello sviluppo attenta ai diritti del lavoro, alla qualità sociale, alla difesa della natura, alla dimensione strutturale dei processi dii riforma, ad una crescita sociale culturale più ricca in quanto diversamente ricca.

Il mondo socialista disponibile a seguire il percorso originario di SEL, preso atto del superamento degli elementi che hanno imposto una storica divisione a sinistra e dell’interesse generale, a favorire la più ampia partecipazione al progetto costituente della maggior parte delle forze originarie, si impegna a costruire una nuova unità della sinistra attraverso la definizione di un percorso costituente aperto, così come si era concordato all’Assemblea di Bagnoli, articolato in fasi progressive definite con tempi e modi concordati e certi, al fine di consentire il ricongiungimento di un mondo socialista disperso e la piena maturazione di una scelta verso il progetto costituente di SEL.

Marco Andreini – Pres. Ass. Culturale “Il Picchio”, La Spezia
Francesco Anghelone – Roma
Gioacchino Assogna – Roma
Franco Bartolomei – Segretario Ass. “Socialismo e Sinistra”
Alessandro Battistoni – Roma
Mauro Beschi – CGIL Nazionale
Pierluigi Camagni – Ass. Culturale “Portofranco”, Milano
Carmen Centrone – Bari
Lorenzo Esposito – Pescara
Luigi Fasce – Pres. Circolo “Capitini”, Genova
Marco Felici – Redazione “Socialismo e Sinistra”
Sergio Ferrari – Segr. Ass. “Labur”
Stefano Ferrari – Roma
Michele Ferro – Commissione Nazionale SEL Documento Politico
Anna Gariglio – Genova
Renato Gatti – Redazione “Socialismo e Sinistra”
Anna Germoni – Macerata
Manrico Macilenti – Redazione “Socialismo e Sinistra”
Marco Mercanti – Castelli Romani
Flavio Merlo – Vicenza
Carmelo Giuseppe Nucera – Reggio Calabria
Domenico Mercogliano – Alessandria
Angelo Pedani – Livorno
Renzo Penna – Alessandria
Giorgio Pesce – Pres. Ass. “Socialismo e Sinistra”
Enrico Ricciuto – Napoli
Antonio Russo – Trani (BAT)
Matteo Saracino – Potenza
Marco Zanier – Redazione “Socialismo e Sinistra”
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lunedì 28 dicembre 2009

Sel sulla Palestina


ordine del giorno approvato dall'Assemblea del 19/20 Dicembre e dichiarazioni di Marco Furfaro

Ricorre,nei prossimi giorni,l’anniversario dell’operazione Piombo Fuso con cui il governo israeliano ha commesso nella striscia di Gaza atrocità tali da essere definite,dalla Commissione internazionale d’inchiesta crimini di guerra.
Tuttora perdurano in quel territorio condizione drammatiche d’assedio per la popolazione civile privata dei più elementari rifornimenti (Tel Aviv impedisce il passaggio del cemento,del vetro e di materiali edilizi necessari per la ricostruzione) mentre i 4 miliardi di dollari che sono stati stanziati, la scorsa primavera nel summit “per Gaza”,restano nelle casse dei paesi donatori per il divieto del governo israeliano.

In questi anni il governo d’ Israele ha continuato la sua politica di annessione strisciante attraverso un piano di colonizzazioni che ha sottratto piu’ del 40% del territorio della Cis-giordania . Continua anche la repressione, la costruzione del Muro, i posti di blocco allo scopo di paralizzare ogni forma di vita della società civile palestinese, il trasferimento della popolazione su base etnica in aperta violazione di tutte le norme del diritto internazionale e delle risoluzioni delle Nazioni Unite .

La vittoria della destra nazionalista e ultrareligiosa in Israele ha espresso un governo che si è ufficialmente disimpegnato dall’accordo di Oslo , ha intensificato ulteriormente gli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme est con la violenza quotidiana dei coloni estremisti contro la popolazione civile e le loro proprietà .

Tutti gl’impegni della comunità internazionale assunti al vertice di Sharm El Shiekh per una rapida ricostruzione sono rimaste disattesi .

Ogni giorno che passa, con la politica dei fatti compiuti, il governo d’Israele vanifica l’ipotesi della soluzione basata sul principio di due stati per due popoli e viola la legalità internazionale (la costruzione del Muro è stata condannata anche dalla CIG dell’Aja) che va invece ripristinata.

L’Assemblea di SEL esprime la condanna della politica del governo Israeliano e la piena solidarietà al popolo palestinese ,chiedendo al prossimo coordinamento nazionale di attivarsi
per :
1- Premere sul governo Italiano e sulla commissione Europea per impegnare Israele ad atti che concretizzino il rispetto del diritto internazionale,sostenendo proposte di pace come quella della lega araba o della conferenza di Ginevra.
2- Attivare il nostro movimento per una campagna contro l’assedio disumano di Gaza.
3- Promuovere la critica della politica del governo della destra israeliana che considera Israele come uno stato esclusivamente ebraico con conseguenze sciagurate nei confronti di un terzo di suoi cittadini di religione non ebraica .
4- Fare conoscere meglio in Italia e sostenere le forze progressiste e pacifiste in Palestina e Israele che lottano per una convivenza pacifica .
5- Attivarci insieme alle altre forze politiche e ad organizzazioni della società civile perche siano processati da un tribunale internazionale quanti si sono macchiati di crimini di guerra
6- Favorire tutte le iniziative nel segno di una riconciliazione e di una ritrovata unità dell’intero popolo palestinese.

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GAZA, FURFARO (SEL): GOVERNO FACCIA PRESSIONE PER APRIRE VALICO RAFAH AI PACIFISTI

“Le autorità egiziane nelle ultime ore hanno fatto sapere agli organizzatori della Gaza Freedom March che non intendono aprire il valico di Rafah per permettere agli oltre 1300 partecipanti da 42 paesi, di entrare nella Striscia di Gaza. La Gaza Freedom March è una manifestazione di solidarietà che intende richiamare l’attenzione sulla crisi umanitaria in corso e sulla illegalità dell’assedio, chiedendo alla Comunità internazionale che vi metta fine. La polizia egiziana ha inoltre fermato gli autobus dei pacifisti italiani al Cairo per impedire loro di passare il valico di Rafah e portare aiuti umanitari alla popolazione di Gaza.

Chiediamo al Ministro Frattini e al sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi di intervenire presso le autorità egiziane affinché queste consentano il passaggio dei pacifisti e permettano l’ingresso nella Striscia anche ai nostri connazionali dal valico di Rafah. I manifestanti sono portatori di un messaggio di pace e solidarietà, sarebbe grave se il governo italiano facesse mancare il proprio supporto”.

Lo dichiara in una nota Marco Furfaro del coordinamento nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà.
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Iran, scontri nelle città. Ucciso un nipote di Moussavi


da Facebook: profilo di Informazione Libera

di Ferdinando Pelliccia


Almeno 9 morti e decine di feriti in quelli che si possono definire gli scontri più violenti degli ultimi mesi a Teheran e in altre città iraniane. Il sito riformista iraniano, 'www.parlemannews.ir' ha rivelato che tra le vittime c'è Ali Moussavi, nipote del leader dell'opposizione Mir Hossein Moussavi.

Il giovane sembra sia stato ucciso a mezzogiorno nel corso di scontri avvenuti in piazza Enghelab, nel centro di Teheran. Colpito al petto, il suo corpo è stato trasportato all'ospedale 'Ibn Sina' di Teheran dove è morto. In un primo momento non ci sono state conferme anzi la polizia iraniana ha smentito che ci fossero state vittime, ma poi, prima alcuni siti dell'opposizione e poi in serata la televisione ufficiale iraniana hanno confermato che ci sono stati diversi morti negli scontri di oggi tra le quali il nipote di Moussavi. Mentre l'agenzia iraniana Fars, citando un portavoce della polizia, ha spiegato che ci sono anche numerosi agenti feriti. Le tensioni e le violenze che da mesi scandiscono il tempo in Iran, dopo la contestata rielezione a presidente di Mahmoud Ahmadinejad a giugno e dopo la dura repressione delle manifestazioni che hanno seguito il voto, hanno di nuovo portato a violenti scontri tra forze di sicurezza iraniane e sostenitori del movimento riformista di opposizione al governo iraniano. Per il secondo giorno consecutivo l'opposizione è scesa in piazza nella capitale iraniana Teheran. Mentre scontri tra manifestanti e polizia sono stati segnalati dal sito 'Jaras' anche a Isfahan e Najafabad, nell'Iran centrale e a Shiraz nel sud e nella città nordoccidentale di Tabriz. Anche in queste città ci sarebbero stati diversi feriti e almeno 5 morti.

Fin dalle prime luci dell'alba centinaia di poliziotti in tenuta antisommossa, forze di sicurezza e miliziani islamici filo governativi, Basiji presidiavano il centro Teheran. Lo scopo era quello di impedire manifestazioni dell'opposizione durante la festa religiosa sciita dell'Ashura. Ad essere presidiate, si leggeva sulle pagine web del sito dell'opposizione 'Jaras', soprattutto piazza Haft-e Tir, Enqelab Street e le vicinanze del grande Bazar. Dopo gli scontri di ieri, in varie zone della capitale, l'opposizione aveva lanciato per oggi un appello per un raduno nel centro di Teheran a margine delle cerimonie per l'Ashura, la principale festività religiosa sciita. Scontri tra polizia e manifestanti anti governativi sarebbero scoppiati immediatamente nel centro di Teheran, in particolare nelle piazze Imam Hossein e Engelab, quando migliaia di persone, giunte a piccoli gruppi, si sarebbero radunate nel centro della capitale iraniana incuranti della massiccia presenza di forze di sicurezza. I manifestanti hanno cominciato a scandire slogan contro il presidente Ahmadinejad e la Guida suprema Alì Khamenei. La polizia sarebbe subito intervenuta, prima con i gas lacrimogeni e poi caricando la folla. Gli agenti avrebbero anche aperto il fuoco sulla folla, uccidendo almeno 5 persone e ferendone altre 2. Tra le vittime un uomo colpito da un proiettile alla fronte, un altro morto con il capo fracassato dai manganelli e un altro investito da un auto della polizia. I manifestanti hanno dato fuoco a molti cassonetti dell'immondizia per proteggersi con il fumo dall'effetto dei lacrimogeni e usarli come barricate. Sul viale Hafez i manifestanti hanno anche rovesciato e dato alle fiamme due auto della polizia. Anche ieri la polizia era intervenuta facendo uso dei lacrimogeni e a colpi di manganelli e sparando colpi d'arma da fuoco in aria aveva disperso i manifestanti. Gli agenti hanno effettuato anche molti arresti. Proprio per evitare che ciò accadesse nei giorni scorsi le autorità iraniane avevano preventivamente proibito qualsiasi manifestazione dell'opposizione in occasione delle celebrazioni religiose di Tasua e Ashura. Ieri e oggi in particolare, quando processioni religiose avrebbero attraversato in lutto le città iraniane nel ricordo del martirio di Hussein, nipote di Maometto morto a Kerbala nel 680. Una precauzione che non ha sortito l'effetto voluto visto che il movimento riformista dell'Onda Verde, che si oppone al governo del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, è tornato a far sentire la sua voce proprio nei due giorni.

L'opposizione antigovernativa approfitta di ogni celebrazione ufficiale del regime o ricorrenza religiosa nel Paese per tornare a manifestare nelle strade. Un'altra opportunità era poi data loro dal fatto che oggi cadeva il settimo giorno dalla morte del grande ayatollah dissidente Hossein Ali Montazeri, ai cui funerali, svoltisi lo scorso lunedì nella città santa di Qom erano sfociati in scontri tra forze di sicurezza e oppositori. La tradizione sciita vuole che si torni a commemorare i defunti dopo una settimana dalla loro morte. Però le autorità iraniane avevano proibito anche ogni raduno per questo motivo. Da giorni le autorità iraniane avevano messo in guardia l'opposizione sul rischio che correvano se avessero continuato a manifestare. Il vice capo della polizia iraniana, il generale Ahmad Reza Radan, alcuni giorni fa aveva spiegato che le forze dell'ordine sarebbero intervenute severamente contro tutti i aduni illegali in occasione di questi due giorni durante i quali la popolazione scende in maniera massiccia in strada.

L'ultimo grande avvertimento contro l'opposizione iraniana era però stato lanciato dalla Guida suprema, l'ayatollah Ali Khamenei, il 13 dicembre scorso quando aveva affermato che il movimento anti-governativo sarebbe stato eliminato agli occhi della nazione. Minacce sono arrivate anche dalla magistratura iraniana che ha promesso di procedere legalmente e forse anche di arrestare i due leader dell'opposizione Moussavi e Karroubi. Minacce che finora sono rimaste tali , ma i fatti di oggi cominciano a far temere per la sorte del movimento riformista in Iran. L'opposizione comunque non si mostra per nulla spaventata anzi ha annunciato che le proteste continueranno anche stanotte nelle principali piazze di Teheran. Secondo il sito riformista 'Jaras' l'opposizione intende manifestare in diverse piazze e parchi nel centro e nel nord di Teheran. L'appuntamento è in piazza Vanak, Mohseni, Enghelab e Tajrish e nei principali parchi pubblici si legge sulle pagine web del sito.

http://www.reportonline.it/cronaca/iran-scontri-nelle-citta-ucciso-un-nipote-di-moussavi.ht
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venerdì 18 dicembre 2009

Papigno, l’ex area industriale elemento di sviluppo del territorio


Sopralluogo Comune, Provincia, Sviluppumbria e Icsim

Questa mattina si è tenuto un approfondito sopralluogo nell’ex area industriale di Papigno, in particolare nelle strutture che fino agli anni ’70 hanno ospitato la centrale idroelettrica. Il sopralluogo è stato effettuato dal sindaco Leopoldo Di Girolamo, dagli assessori Sandro Piermatti, Simone Guerra, Maria Bruna Fabbri, dal direttore generale Aldo Tarquini, dal vicepresidente della Provincia, Vittorio Piacenti D’Ubaldi, dai rappresentanti di Sviluppumbria, dal presidente dell’Icsim, Franco Giustinelli. Per l’Icsim erano presenti anche il professor Renato Covino, Alberto Pileri e Gianni Bovini.

Gli ampi edifici visitati sono stati presi in esame come contenitori di future iniziative volte ad ospitare attività museali e di promozione delle attività industriali del territorio, capaci di interessare non solo le istituzioni locali, compresa la regione dell’Umbria, ma anche le grandi aziende presenti nel ternano sia nel settore delle energie rinnovabili che in quelle delle produzioni industriali. L’obiettivo è quindi quello di accrescere l’attrattività di un’area che già vede la presenza delle attività cinematografiche e la prossimità della Cascata delle Marmore.

da www.comune.terni.it - 18 dicembre

giovedì 17 dicembre 2009

Assemblea Nazionale SeL




il programma e i materiali dell'Assemblea

la diretta dell'Assemblea

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Difesa della Democrazia e Alternativa


La costruzione di Sinistra Ecologia e Libertà è chiamata a cimentarsi con un tornante classico, e irrisolto, della storia del nostro Paese: il rapporto tra questione democratica e alternativa.
Gli avvenimenti di questi giorni lo ripropongono tutto intero. Proviamo dunque a metterli in fila. C’è una accelerazione del conflitto aperto dal Presidente del Consiglio con le altre cariche istituzionali e un pressing esplicito per uscire dal quadro costituzionale. C’è una risposta concentrata sulla sua figura, tesa a sottolinearne la delegittimazione, e che vede confluire da ultimo nel no Berlusconi day le forze della borghesia avversa al Cavaliere, il partito di Repubblica, il giustizialismo di Di Pietro, settori del Pd, sinistre in difficoltà, il tutto legato dalla mobilitazione della rete. C’è da parte della maggioranza del PD una ricerca di “fronte democratico”, tutta rivolta prevalentemente verso il centro che, a sua volta, evoca settori dissidenti della destra. Queste due opzioni da un lato collidono sulle forme della opposizione da praticare ma al contrario colludono nella mancanza di una alternativa reale alle politiche di cui il governo è portatore. Le conseguenze di questo stato di cose sono evidenti e negative. La drammatica aggressione al Premier ha già modificato il senso comune della fase. Devo dire per altro che mi colpiscono sì le strumentalizzazioni ma al pari di esse l’incapacità di separare veramente l’uomo dal simbolo e dalle politiche e di esprimere anche per questa via una idea veramente non violenta. Ma le difficoltà non stanno solo nell’avvenimento imprevisto ma si palesano in ogni passaggio impegnativo. Prendiamo ad esempio il caso Puglia dove la strategia dalemiana dell’accordo prioritario con l’UDC si dispiega in forme tali per cui l’alleanza che si vuole costruire per difendere la democrazia e “cacciare” Berlusconi, quella con l’UDC, vorrebbe esordire con la “cacciata” di Vendola. Come ciò possa servire anche solo a vincere le regionali in Puglia è difficile capirlo; come è già difficile capire come la cacciata di Vendola dovrebbe riunire le due opposizioni, quella PD-UDC e quella giustizialista di Di Pietro. Certo ogni accordo di potere è possibile se prescinde dal quadro programmatico. E qui le questioni pugliesi sono uno spaccato di quelle nazionali, dalla privatizzazione dell’acqua, alla questione nucleare, a quella dei diritti civili. Tutte questioni su cui l’orientamento dell’UDC è particolarmente pesante e su cui perciò si misura il rapporto tra collocazione politica e programmatica delle altre forze. Si può stare insieme a prescindere? Anche Ferrero è tornato a riproporre questa scissione tra difesa democratica e alternativa programmatica dicendosi disposto alla prima ma fuori da ogni orizzonte di governo. Ferrero continua a non vedere che le difficoltà, e il fallimento, del Governo Prodi non sono purificate dalla collocazione all’opposizione. Le difficoltà drammatiche della opposizione di oggi sono in perfetta continuità con quelle dell’allora governo. Sono le difficoltà a dare risposte adeguate ed alternative ad una condizione di crisi. Senza di esse questa crisi, tutt’altro che alle nostre spalle, è destinata ad acuire i processi di degrado in cui si alimentano politiche populiste e reazionarie. Non bisogna perdere di vista che tutto il processo di globalizzazione ha eroso buona parte delle acquisizioni sociali e democratiche del compromesso progressivo nato nel mondo del secondo dopo guerra. Tanto più non bisogna farlo in un Paese come l’Italia dove questo compromesso progressivo è stato particolarmente fragile e più forti sono da sempre le pulsioni reazionarie. Nel Paese che, come seppe bene analizzare Gramsci, vede ricorrenti pratiche di sovversivismo dall’alto delle classi dirigenti prodotte da una modernità perversa e impastata con poteri antichi e trasformisti, il rapporto tra questione democratica e questione dell’alternativa non è scindibile. Ma nonostante l’avvertenza gramsciana, i comportamenti delle sinistre nel secolo hanno drammaticamente ripercorso gli stessi errori, infrangendosi ora sulla Scilla del settarismo ideologico, ora sul Cariddi dell’omologazione. Drammatica la storia dell’avvento del fascismo con l’opposizione divisa tra aventinismo e socialfascismo. Drammatica la storia degli anni ’70 dove la volontà di perseguire con il compromesso storico cambiamenti senza avventure produsse alfine avventure senza cambiamenti. Ma anche l’incapacità dei due Governi Prodi di bonificare il Paese dal “berlusconismo” ci parla di una incapacità a prospettare una reale alternativa ad esempio a livello di una Europa fuori dalle attuali secche, in cui realizzare finalmente una reale emancipazione del Paese. Emancipazione non semplicemente da arretratezze e anomalie ma da una particolare degenerazione della modernità che a volte anticipa fenomeni che poi colpiscono anche altri, come fu per il fascismo. SEL deve provare a interrompere questi ricorsi storici. Deve cercare di tenere insieme difesa democratica e alternativa programmatica. Un lavoro difficilissimo se pensiamo alle forze in campo. Innanzitutto quelle delle destre che nuotano nella disgregazione sociale forti di proprie idee di società. Ma poi per la debolezza, le divisioni e gli opportunismi delle sinistre e delle forze democratiche. Il dipietrismo entra dentro queste debolezze con l’idea di chiudere con la dialettica destra-sinistra. Assomma temi e istanze fuori da ogni progetto di alternativa di società cercando di sfuggire, come in Puglia, o come nell’esperienza di Di Pietro ministro, ad ogni verifica di coerenza. Bersani e Ferrero, scindendo democrazia ed alternativa di programma, lo lasciano fare. Tocca a SEL provare a cambiare il corso delle cose.

Roberto Musacchio

domenica 13 dicembre 2009

A quarantanni dalla morte di Giuseppe Pinelli

Cortometraggio di Elio Petri del 1970, con Gian Maria Volontè,realizzato con la collaborazione di Ugo Pirro e del "Comitato cineasti contro la repressione". Si tratta di un episodio del film militante "Documenti su Pinelli" dedicato alla ricostruzione della morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli, deceduto in circostanze misteriose presso la Questura di Milano il 15 dicembre 1969.

sabato 12 dicembre 2009

12 Dicembre 1969


A quarant’anni dalla strage non abbiamo ancora restituito verità e giustizia alle vittime di Piazza Fontana. A quarant’anni dalla strage non si sono svelate le trame che hanno generato le altre “stragi di Stato”. A quarant’anni dala strage si discute di altre stragi, di altri mandanti e di trattative tra poteri dello Stato e organizzazioni terroristico-mafiose.
Dopo quarant’anni noi non ci siamo ancora rassegnati a vivere in un paese che occulta la propria storia e per questo chiederemo sempre verità e giustizia. Verità giudiziarie e politiche, giustizia per le vittime e per la storia del nostro paese.
Sono stati fatti molti tentativi, in questi anni, di cancellare le prove e di seppellire la memoria. Si è parlato di una necessaria “memoria condivisa”. Non siamo d’accordo, mai lo saremo, a chiamare memoria condivisa quella che è la rimozione della verità storica delle stragi fasciste e golpiste. La memoria è contesa, ma non tra ideologie contrapposte. Lo è tra chi cerca la verità, a qualunque costo, e chi la vuole nascondere per leggere il passato ed il presente del nostro paese a proprio vantaggio.
Quarant’anni fa la strage fu voluta per interrompere lo straordinario processo di cambiamento sociale e politico che stava attraversando l’intera società. La strategia stragista fallì il suo intento dichiaratamente golpista e destabilizzatore, ma purtroppo contribuì a far ripiegare le forze più dinamiche della società su posizioni che potessero difendere le conquiste repubblicane.
Provare a scrivere la verità su quella strage oggi è, quindi, una azione ancora urgente e attuale. Lo è a maggior agione in questo momento in cui la più alta carica di governo, il Presidente del Consiglio Berlusconi, ha lanciato una campagna di accuse gravissime e destabilizzanti verso i più alti organi di garanzia dello Stato, dalla Corte Costituzionale fino al Presidente della Repubblica. Campagna volta a garantire la propria impunità e che minaccia, al fondo, la stessa stabilità democratica.
Con questa destra non si può venire a patti. Non lo si può fare oggi sul terreno delle riforme e non lo si può né deve fare per ricostruire la memoria del nostro paese.
La battaglia per la democrazia, per l’antifascismo e per la libertà è ancora la via maestra per ridare speranza alle donne e agli uomini che non si rassegnano né all’oblio né alle ingiustizie.

Gennaro Migliore

domenica 6 dicembre 2009

Medioevo, le prove tecniche del Quarto Stato


Nella rivolta dei Tuchini, in Canavese, i contadini alla battaglia per i dirittidi ALESSANDRO BARBERO - "La Stampa" 6 dic.
Alle porte di Torino, nel Canavese, ebbe luogo la più importante rivolta contadina dell’Italia medievale. Una ribellione che durò cinque anni, dal 1386 al 1391, lasciando una memoria duratura nell’immaginario collettivo della zona, dove la si rievoca ancor oggi in occasione del Carnevale di Ivrea; anche se si tratta di una memoria in gran parte mitizzata, col solito accompagnamento di feudatari malvagi e ius primae noctis. I ribelli canavesani, a cui l’amministrazione sabauda diede il nome di Tuchini in ricordo di un’analoga ribellione esplosa anni prima nella Linguadoca, espulsero i signori dai castelli - peraltro con pochissimo spargimento di sangue: due soli morti, secondo gli atti del processo - e gestirono da soli, per anni, il proprio territorio, difendendosi con le armi da ogni tentativo di soggiogarli; alla fine cedettero alla forza preponderante dei nobili, che erano spalleggiati dal conte di Savoia, ma non senza aver ottenuto importanti concessioni.

La storiografia ottocentesca non capì le ragioni profonde dell’insurrezione dei Tuchini. Ferdinando Gabotto scrisse che la rivolta fu colpa di «accorti sobillatori», capaci «di dar a bere a’ rozzi ed ingenui montanari le solite fole degli arruffapopoli, ricantando i nomi di usurpazione, prepotenza, libidine, da un lato, di giustizia, diritti, libertà, dall’altro». A pagare quei sobillatori sarebbero stati i marchesi di Monferrato, che speravano in quel modo di mettere in difficoltà i loro acerrimi rivali, i Savoia. Per gli storici di fine Ottocento, l’unica vera politica era quella di cui erano protagonisti i principi, e l’idea che anche i contadini fossero capaci di fare politica non veniva in mente a nessuno.

Negli anni 60 e 70 del Novecento, l’egemonia della cultura marxista determinò un risveglio di interesse per le rivolte contadine, trattate, però, da una parte e dall’altra con eccessivo schematismo. Le interpretazioni marxiste presupponevano la coscienza di classe delle masse rurali e interpretavano, di conseguenza, i loro movimenti in chiave di lotta di classe. La storiografia borghese contrappose un’interpretazione altrettanto ideologica, che riduceva quei movimenti a rivolte della miseria o a commozioni millenaristiche; in ogni caso semplici «furori paesani» privi d’una chiara motivazione politica. L’idea che i contadini del tardo Medioevo, quando si ribellavano contro l’ordine costituito, potessero avere in mente degli obiettivi politici ben individuati e perseguiti con lucidità continuava a sembrare poco realistica.

Oggi, però, su quei contadini ne sappiamo decisamente di più (anche se sempre troppo poco). Gli storici del tardo Medioevo e della prima età moderna si sono resi conto che in quella società la politica non la facevano soltanto i sovrani e i governi. Proprio il fatto che il potere fosse polverizzato, gestito in gran parte dai signori locali, faceva sì che i contadini avessero un interlocutore presente sul posto e conosciuto da tutti, il signore appunto, con cui negoziare per difendere i propri interessi, si trattasse d’una riduzione delle imposte o di nuovi diritti che li rendessero più liberi. E questo, come chiunque può capire, significava fare politica. La protagonista di questa politica era la comunità, che era organizzata a imitazione dei comuni urbani e che rappresentava, di fronte ai signori e ai principi, tutti gli abitanti d’un villaggio. Proprio la consapevolezza che i contadini medievali non si muovevano come una massa amorfa e disgregata, riunita solo occasionalmente dalla disperazione o dal fanatismo religioso, ma vivevano tutta la propria esistenza entro l’orizzonte della comunità, consente di interpretare diversamente il loro rapporto con la politica e, occasionalmente, con la violenza.

Riportando al centro della scena la comunità, si capisce come mai i movimenti contadini fossero spesso guidati da notabili locali, notai, ecclesiastici, perfino piccoli nobili, in contrasto con l’enfasi marxista sulla lotta di classe. Ma soprattutto, quello che oggi appare chiaro è che la violenza delle rivolte era una continuazione della politica. Le comunità erano impegnate in un confronto politico serrato, che aveva obiettivi precisi: ottenere per gli abitanti il diritto di fare testamento, per esempio, mentre prima se qualcuno moriva senza figli il signore si prendeva tutta la sua eredità. Quando la tensione saliva, il confronto tra comunità e signore poteva trovare una possibilità di sfogo sul piano giudiziario: i contadini erano capacissimi, e lo fecero anche alla vigilia del Tuchinaggio, di citare i loro signori presso un tribunale superiore, come quello del conte di Savoia, per rivendicare i propri diritti. A questo punto, bastava che la tensione montasse ancora un po’ perché dal linguaggio dei tribunali si trascorresse a quello della violenza. È proprio ciò che accadde nel Canavese, dove i ribelli non erano mossi né dalla fame né dalla disperazione, ma volevano strappare concessioni ai signori - e, nel complesso, seppero muoversi così abilmente che ci riuscirono.

«La rivolta dei Tuchini» è il tema della lezione dello scrittore e romanziere Alessandro Barbero in programma oggi alle 11 al Teatro Carignano di Torino. È il terzo appuntamento del ciclo «Torino e il Piemonte. Gli anni della nostra storia», ideato dall’editore Laterza e organizzata dal Circolo dei Lettori in collaborazione con La Stampa e con il Teatro Stabile di Torino. Ingresso libero fino a esaurimento dei posti.

sabato 5 dicembre 2009

No Mafia Day


Berlusconi s’è risentito per la reazione indignata che le sue parole sulla mafia hanno prodotto nel paese. E i suoi lacchè hanno subito parlato d’una sinistra a cui manca il senso dell’umorismo, che quel “li strozzerei…” rivolto agli scrittori di mafia è gergo cameratesco, milanesismo, insomma una battuta, mica un’intenzione.
E’ un equivoco che si trascina da anni: l’idea cioè che il problema di questo paese si riduca a certe parole avventate, a certi calembour, a certe barzellette. Il problema invece è l’amicizia (solida) tra pezzi di questo governo e le mafie. Il problema sono i rapporti (solidi) costruiti negli anni tra mafiosi conclamati come Vittorio Mangano e lo stesso Berlusconi. Il problema sono i riferimenti puntuali e preoccupanti che diversi collaboratori di giustizia, ritenuti più che credibili da quattro Procure, hanno verbalizzato sul partito di Berlusconi e sulle sue frequentazioni mafiose. Il problema è una condanna in primo grado, destinata ad essere confermata in Appello, per Marcello Dell’utri che di Forza Italia fu ideologo, manovratore e organizzatore.
Il problema è questo paese, che s’indigna per le frequentazioni dello zio di Noemi e si dimentica le frequentazioni del capo del Governo, del presidente del Senato, del sottosegretario Cosentino. Il problema non è solo la mafia ma chi continua a farne una risorsa politica, un’opportunità elettorale, una realtà economica. Da proteggere, magari decidendo con un codicillo parlamentare che i beni confiscati ai mafiosi, invece di essere assegnati al cooperative giovanili o ad associazioni no profit, vengano svenduti all’asta. Un modo per restituire quei beni ai mafiosi e ai loro prestanome.
Il problema è anche nostro, se da sinistra continuiamo a derubricare queste vicende a una questione personale, al carattere dei Silvio Berlusconi, alle sue frequentazioni. Per cui, sconfitto il cavaliere, sarebbe sconfitta anche l’impudenza di certa politica e l’impunità della mafia. Così non è. Questo paese si sta abituando a considerare le organizzazioni criminali un fatto al quale rassegnarsi: nella politica, nella finanza, nella società. Rimettere al centro dell’iniziativa politica una campagna per liberare il paese dalle mafie dovrebbe essere oggi il primo punto del manifesto programmatico di Sinistra, Ecologia e Libertà. Il primo impegno concreto da assumere con il nostro popolo nell’Assemblea del 19 e del 20. Liberare le istituzioni dagli amici dei mafiosi, liberare la politica dalla sua subalternità, liberare le città e le regioni dai lacci e lacciuoli che spesso hanno legato il destino delle loro amministrazioni a interessi illeciti. Anche quando a governare è stato il centrosinistra.
Ripeto: il nostro problema non è Berlusconi. C’è da ricostruire un’idea di paese, un sentire civile collettivo che faccia della lotta di liberazione dalle mafie una grande vertenza di popolo e non il lascito ad alcuni magistrati. All’appello dei nostri militanti Sinistra Ecologia e Libertà deve rispondere subito proponendo una grande mobilitazione nazionale che rimetta al centro una nuova questione civile e morale. Come questo paese ha saputo scendere compatto e numeroso in piazza per difendere la propria libertà di stampa, credo che valga ancor più la pena proporre un appuntamento per difendere la libertà di tutti dall’egemonia delle mafie.
Non possiamo consolarci sapendo il lavoro prezioso che la società civile, da Libera in poi, ha svolto negli anni su questo terreno: occorre che la politica e la sinistra tornino ad assumersi una loro responsabilità. Proviamo a mettere insieme le nostre risorse con le centinaia di migliaia di cittadini che stanno organizzando per il 5 dicembre il “No B Day”. Per rispondere, più che a Berlusconi, ai suoi innominabili amici serve un No Mafia Day. Vogliamo provare a lavorarci?

di Claudio Fava - lun. 30 nov.

mercoledì 2 dicembre 2009

Per Diego e per tutti i morti di una guerra mai dichiarata


SeL Terni su incidente TK-AST

L’ennesimo incidente mortale sul lavoro – questa volta avvenuto alla T K Terni – è la dimostrazione che ancora oggi i vari protocolli di sicurezza applicati dal mondo produttivo non garantiscono l’incolumità psico-fisica dei lavoratori. Riteniamo quindi doveroso ribadire che la sicurezza nei luoghi di lavoro deve essere una priorità nell’agenda politica. Tutte le istituzioni devono pertanto garantire opportune risorse umane e finanziare affinché i controlli per verificare la corretta e puntuale applicazione della normativa sulla sicurezza nei luoghi di lavoro siano finalmente efficaci.

Ci sentiamo vicini al dramma della famiglia del giovane lavoratore e solidali con i lavoratori coinvolti nell’incidente.