giovedì 27 agosto 2009

Gli applausi del PD a Fini e alla morte di Carlo Giuliani


Gli applausi del PD a Fini e alla morte di Carlo Giuliani
di Giulio Sardi


dal sito: www.linkontro.info

Solo due giorni fa la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha emesso la sua sentenza sull’assassinio di Carlo Giuliani durante il G8 di Genova. Un colpo al cerchio e uno alla botte. Secondo i giudici di Strasburgo l’Italia è colpevole per non aver “condotto un’adeguata indagine sulle circostanze del decesso di Carlo Giuliani”, ma il carabiniere Mario Placanica ha sparato al ragazzo in circostanze di legittima difesa. E proprio a Genova, intervenendo alla Festa del Partito Democratico, è su questa seconda parte della sentenza che ieri ha messo l’accento il presidente della Camera Gianfranco Fini, dichiarando la propria soddisfazione e raccogliendo inattesi applausi dalla platea.

Per quanto ci riguarda, non sono gli applausi della platea democratica ad essere inattesi, quanto la soddisfazione di Fini per la sentenza. Infatti in quegli istanti drammatici del 20 luglio 2001, i DS antesignani del PD in piazza a Genova non c’erano. Il partito aveva lasciato ufficialmente da solo il movimento. Non un dito era stato alzato dai vari Fassino, Veltroni e D’Alema per difendere dal massacro non solo i centri sociali del nord-est, ma anche i pacifisti con le mani dipinte di bianco, i preti e le suore missionarie che operano ogni giorno al fianco dell’umanità dolente del sud del mondo.

Se i DS stavano a casa, c’era invece Gianfranco Fini, presente in quelle ore nella sala operativa della Questura di Genova in qualità di vicepresidente del consiglio. E se Strasburgo scagiona, in Placanica, la manodopera dell’omicidio, condanna o per lo meno solleva pesanti dubbi proprio sul ruolo dello stesso Fini, dei suoi colleghi ministri e dei più alti dirigenti delle forze dell’ordine.

Infatti, secondo la Corte Europea, ciò che rende l’Italia colpevole, e la obbliga a risarcire con 40.000 euro la famiglia Giuliani, è proprio il fatto che l’indagine non abbia verificato “se le autorità avevano pianificato e gestito le operazioni di mantenimento dell’ordine pubblico in modo da evitare il tipo di incidente che ha causato il decesso di Carlo Giuliani”. E ancora, “la Corte vede uno stretto legame tra lo sparo mortale e la situazione nella quale Mario Placanica e Filippo Cavataio si sono ritrovati” e “le indagini non sono state adeguate nella misura in cui hanno ricercato quali fossero le persone responsabili di detta situazione”.

In altre parole, come nota in un comunicato sulla sentenza la famiglia Giuliani, l’Italia è rea di non aver indagato le responsabilità politiche e della catena di comando. Responsabilità politiche –anche se la sentenza questo non lo dice - in primo luogo del più alto esponente del governo presente a Genova nel più alto luogo di direzione delle operazioni di piazza: Gianfranco Fini nella sala operativa.

Gli applausi della Festa Democratica a Fini sulla sentenza di Strasburgo possono senz’altro essere stati dettati da un clima positivo peraltro ampiamente atteso. E’ successo molte volte negli ultimi mesi, che gli elettori del PD abbiano sentito pronunciare dal presidente della Camera le parole che volevano sentire dai loro leader, su temi come l’immigrazione, la laicità, i diritti civili, dal caso Englaro al testamento biologico, nonostante il nome di Fini rimanga in calce a due delle leggi peggiori per chi si dice di sinistra: quella sull’immigrazioni firmata insieme a Bossi e quella sulle tossicodipendenze firmata insieme a Giovanardi.

Tuttavia quegli applausi, gli unici inattesi e quindi i più apprezzati dallo stesso Fini, hanno un altro significato che non dovrebbe essere sottovalutato. Oltre a testimoniare una vicinanza tra il popolo democratico e il leader della destra che va oltre ogni più rosea aspettativa, testimoniano anche una lontananza tra il popolo democratico e il popolo della sinistra erede di quella che scese per le strade di Genova a farsi massacrare nel 2001. Ne dovrebbe tener conto chi ipotizza, auspica o lavora per l’ingresso nel PD del milione di persone che alle ultime elezioni hanno messo una croce sul simbolo di Sinistra e Libertà.


gli applausi a Fini, il video


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mercoledì 26 agosto 2009

Giuliano Giuliani sulla sentenza della Corte Europea sull'omicidio di Carlo


L’informazione di questo Paese è tra le peggiori del pianeta, e un esempio concreto è stato fornito dal modo in cui è stata data la notizia sulle decisioni della Corte europea di Strasburgo. Tra i giornali che si possono leggere senza l’uso dei guanti, l’Unità, titolando “Il caso Carlo Giuliani chiuso a Strasburgo”, si è dimostrato il peggiore. Allora, sperando di non annoiarvi, vi mando questa nota, tratta da due articoli che mi hanno chiesto di scrivere per Liberazione e per l’ALTRO. L’archiviazione dell’omicidio di Carlo era stata una conclusione meschina e inaccettabile della vicenda simbolo dei tragici avvenimenti genovesi del 2001. Una inchiesta che partiva un minuto prima dello sparo e si fermava un secondo dopo, neanche il tempo di vedere il carabiniere che gli spacca la testa con una pietrata per consentire a un vice questore di incolpare un innocente manifestante e provare a depistare. Poi, ad accrescere la nausea, c’era stata l’invenzione dello sparo per aria che impatta un calcinaccio costruita da quattro imbroglioni che chiamano consulenti. Molte cose, sulla vicenda di Carlo, sono venute fuori nel processo a carico di 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio, contraddizioni, smentite, puntualizzazioni, capriole, a dimostrazione che un processo può servire a trovare la verità, mentre l’archiviazione può solo provare a cancellarla. Molte di quelle cose hanno costituito la base per un ricorso alla Corte europea dei diritti umani e un primo risultato lo si è ottenuto quando la Corte lo ha considerato, cosa che non succede facilmente, ricevibile. E’ trascorso del tempo, e ieri la Quarta sezione ha emesso la sua decisione: lo Stato italiano è stato condannato per violazione dell’articolo 2 della Convenzione, che riguarda appunto il diritto alla vita. Vale la pena di leggere il brano specifico: la Corte ha rilevato che “l’inchiesta non ha esplorato le ragioni per cui Mario Placanica – ritenuto dai suoi superiori incapace di proseguire il suo servizio in ragione del suo stato fisico e psichico – non sia stato immediatamente condotto all’ospedale, sia stato lasciato in possesso di una pistola carica e collocato in una jeep priva di protezione che si è trovata isolata dal plotone che aveva seguito”. La Corte considera che l’inchiesta avrebbe dovuto valutare aspetti dell’organizzazione e della gestione dell’ordine pubblico, “poiché c’è un legame tra il colpo mortale e la situazione nella quale si sono ritrovati Filippo Cavataio e Mario Placanica. In altri termini l’inchiesta non è stata adeguata nella misura in cui non ha ricercato quali siano state le persone responsabili di questa situazione”. Cioè, secondo la Corte, la stessa legittimità della difesa trova la sua origine nella responsabilità di chi dirigeva le operazioni nella piazza. Insomma, la Corte ha risposto positivamente ad una delle questioni fondamentali che abbiamo sempre sostenuto. E’ persino ovvio che alle responsabilità della catena di comando in piazza Alimonda corrispondano le responsabilità politiche e della più complessiva gestione dell’ordine pubblico a Genova, che si è tradotta nell’assassinio di Carlo, nelle violenze per strada, a Bolzaneto, al Forte San Giuliano, alla Diaz. D’altra parte anche la sentenza emessa nel processo contro 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio aveva affrontato la questione, e sostenuto che la dura risposta dei manifestanti in via Tolemaide e dintorni era stata motivata dalle cariche violente e ingiustificate dei reparti di carabinieri. Lo Stato è stato condannato a un risarcimento: 40.000 euro. Ovviamente verranno versati al Comitato Piazza Carlo Giuliani, la onlus alla quale il Comune di Genova ha recentemente assegnato una sede (per la quale il Comitato paga un regolare affitto, stiano tranquilli i soliti beceri rappresentanti della destra). Vi si sta allestendo un Centro di documentazione, che si arricchisce anche di testimonianze individuali e collettive, aperto alla città. Un Centro per continuare a parlare di Genova e delle tante altre piazze Alimonda, un Centro per proseguire un nonfacile cammino di paziente ricerca di giustizia e prima ancora di verità.

Giuliano Giuliani

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lunedì 24 agosto 2009

Effetti collaterali


Effetti collaterali
di Nuccio Iovene
Dom, 23/08/2009 - 22:39 da www.sinistrademocratica.it

La tragedia del canale di Sicilia si ripete puntualmente. Questa volta è toccato a 73 eritrei inghiottiti dal mare, secondo le testimonianze dei soli cinque superstiti all’ennesimo viaggio della morte, senza che ci fosse - nel tratto di mare più sorvegliato dell’intero mediterraneo – un avvistamento e un’azione di soccorso.
Più comodo chiudere gli occhi, far finta di non vedere, scaricare le responsabilità sul proprio vicino o dirimpettaio (Malta o Libia che sia). E i 73 esseri umani che hanno perso la vita sono l’ultimo dato di una drammatica contabilità che vogliono farci credere, al tempo stesso, inevitabile e imprevedibile così come vergognosamente sostenuto nei commenti di molti esponenti politici del centrodestra.
Evitabilissima e prevedibilissima, invece, come ha denunciato con parole forti e vere l’Avvenire e come ripetono testardamente tutti coloro che in Italia ed in Europa si occupano di immigrazione. “Effetto Collaterale” di quelle politiche sull’immigrazione che il duo Bossi e Berlusconi sbandierano come uno dei “loro” principali successi. E mentre la magistratura apre una nuova inchiesta contro ignoti per omicidio colposo, notissimi sono i cinque superstiti che, dopo aver rischiato la vita, rischiano ora l’incriminazione per il reato di immigrazione clandestina, liquidato come atto dovuto a seguito del nuovo pacchetto sicurezza.
Ad essere messi in discussione non sono più solo i trattati e le norme internazionali in tema di asilo e diritti umani (gli eritrei fuggivano da una delle dittature più spietate di tutta l’Africa, da un paese in guerra e ridotto alla fame), ma quello fondamentale alla vita e al soccorso che prescinde dalle politiche migratorie dei singoli stati. Si tratta dei frutti avvelenati di una politica che è stata lasciata crescere o addirittura assecondata da tanti, troppi, anche nel centrosinistra, e che oggi lascia sgomenti e alimenta polemiche paradossali, come quella tra Bossi e il Vaticano a cui il ministro delle riforme imputa intromissioni indebite e con l’eleganza che lo contraddistingue “suggerisce” di farsi carico esso dell’accoglienza degli immigrati.
Forse sarebbe stato utile e doveroso richiedere al Governo di riferire immediatamente al Parlamento (e così al Paese) su quanto accaduto convocando con urgenza una seduta straordinaria delle Camere. Ma siamo nell’Italia del 2009, Berlusconi è a Villa Certosa per le sue occupazioni abituali e il PD è impegnato nel suo congresso. Questa nuova tragedia del Canale di Sicilia, in attesa della prossima, può aspettare.

mercoledì 19 agosto 2009

nasce il coordinamento di Sinistra e Libertà a Narni. Terni cosa aspetta?

Le forze politiche componenti sinistra e libertà ritengono valido e meritevole
di essere perseguito il progetto politico nato a ridosso delle recenti elezioni
europee. i risultati ed i consensi ottenuti sia a livello nazionale che
prettamente locale rappresentano le basi su cui avviare il rilancio di una
nuova sinistra del XXI secolo.
sinistra e libertà a narni è una realtà che esprimerà nei prossimi giorni un
coordinamento provvisorio per avviare una stagione di iniziative culturali e
politiche in grado di renderla protagonista in tutto il territorio narnese

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Prodi: abbiamo sbagliato tutto


di Piero Sansonetti

da L’Altro del 18/08/2009



Diciotto mesi dopo la sua caduta in Senato, e cioè 18 mesi dopo la fine del centrosinistra (dell’Unione, dell’Ulivo e tutto il resto) Romano Prodi ha scritto un articolo, molto importante, per il Messaggero e ha demolito le basi politiche del suo governo e del centrosinistra. Anzi ha fatto di più: ha demolito l’intera esperienza di centrosinistra sul piano europeo e forse mondiale. E ha affermato, con grande nettezza, che è necessario, ai riformisti, cambiare del tutto strada, azzerare l’idea dei compromessi con le politiche moderate, sfidare lo stesso elettorato e prepararsi a progettare una società nuova che modifichi sostanzialmente il capitalismo e la vecchia idea di società di mercato. L’articolo di Prodi è uscito il giorno di Ferragosto ed è passato abbastanza inosservato, ma è una vera e propria bomba, sul piano politico. Se qualcuno leggesse quell’articolo senza conoscerne l’autore, e poi gli fosse chiesto a bruciapelo: “chi l’ha scritto?” , risponderebbe a colpo sicuro: Bertinotti. Non penserebbe mai che invece l’autore di una critica così feroce sia proprio il leader che guidò quella esperienza, sia nella sua prima fase, dal 1996 al 1998, sia nel tratto finale, dopo le elezioni del 2006 fino alla sconfitta definitiva del febbraio 2008.

L’articolo sul Messaggero è molto significativo proprio perché è di Prodi, ed è molto interessante perché mette in discussione tutto, ma proprio tutto quello che il cosiddetto riformismo ha fatto in questi 13 anni. Mette in discussione persino la parola, la parola riformismo, contestando l’ipotesi che il riformismo abbia tentato di compiere delle riforme. No, dice Prodi, da quando è nato, e cioè subito dopo la caduta del governo Thatcher in Gran Bretagna (poco dopo il ritiro di Reagan e la sconfitta di Bush padre negli Stati Uniti) il centrosinistra europeo “ha preso decisioni che non si discostavano da quelle precedenti, sul dominio assoluto dei mercati, sul peggioramento nella distribuzione dei redditi, sulle politiche europee, sul grande problema della pace e della guerra, sui diritti dei cittadini e sulle politiche fiscali…”. La sostanza è questa. E forse la parte più interessante dell’articolo è la parte finale, nella quale Prodi incita le forze politiche che si richiamano al centrosinistra o al riformismo a gettare via tutta l’eredità del passato e a ricominciare da capo a progettare una società diversa da quella attuale. Anche a costo di di dover rinunciare a una parte del proprio elettorato e di dover cercare nuovi pezzi di elettorati in settori nuovi della società.

Cosa dice, in sostanza, Prodi? Quello che da un po’ di tempo cercano di dire gli esponenti più ”illuminati” (per usare la vecchia terminologia politica) della sinistra. Azzeriamo e proviamo a ricostruire una nuova sinistra, non più divisa tra moderati e radicali e non più costretta a schiacciarsi sul centro o addirittura sulla destra. E neppure - viceversa - a invocare ogni piè sospinto la sua purezza rivoluzionaria. Facciamo saltare le vecchie barriere politiche, azzeriamo i vecchi campi degli schieramenti e delle vecchie correnti, e vediamo se possiamo mettere insieme un progetto di riforma della società che non dia per scontati i pilastri sui quali oggi si regge il capitalismo. Cioè la dittatura del mercato e il valore-competitività.

Naturalmente si può rispondere a Prodi anche con stizza. Non è stato forse lui a guidare l’esperienza, che oggi tratta persino con qualche derisione, del cosiddetto “Ulivo mondiale”? E dunque non pensa di avere qualche responsabilità nel suo fallimento, e di dover dire che aveva torto quando respingeva con sdegno le osservazioni che gli venivano da sinistra, sulla riforma del welfare, ad esempio, o sulla guerra, o sulla mancanza di strategia e di progetto del suo governo?

Però, diciamoci la verità, è abbastanza difficile trovare tra i dirigenti dei vari partiti di sinistra e di centrosinistra qualcuno che sia senza colpe, privo di responsabilità per la sconfitta. E allora, magari, possiamo anche dirci: chissenefrega, oggi, della ricerca dei colpevoli o dei “più colpevoli”. E’ l’ora forse, di interrompere il processo ai responsabili e le accuse reciproche. E persino è l’ora di sospendere la tiritera sulla necessità di una nuova generazione dirigente, e sull’accantonamento dei vecchi eccetera eccetera. Se c’è una nuova generazione dirigente, benissimo, facciamogli spazio. Ma non stiamo a trasformare il rinnovamento politico in un controllo delle carte d’identità e della data di nascita, piuttosto prendiamo per buona l’analisi di Prodi e vediamo se ci sono le forze sufficienti per rifondare un centrosinistra che rinunci alle attrazioni fatali verso Berlusconi (il moderatismo veltroniano ) e si proponga non come pura e semplice forza di governo, ma come forza di governo del cambiamento, e cioè di un progetto politico che porti ad un ridimensionamento del mercato, a una fortissima riduzione delle differenze sociali, e ad un netto innalzamento delle libertà.

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“Riformisti, il coraggio di parlare controcorrente”

di Romano Prodi

da Il Messaggero del 14/08/2009

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Il dibattito sulla crisi del riformismo in Europa ha tenuto banco per qualche settimana dopo le elezioni europee. Poi è sparito nel nulla senza aver prodotto alcun apparente risultato. Lontano dalle polemiche elettorali e favoriti dalla quiete estiva conviene ritornare sull’argomento.

Che i partiti riformisti siano in profonda crisi non è contestabile: il centro-sinistra è stato sconfitto nella maggioranza dei paesi europei proprio durante una crisi economica che ha rivalutato molte delle proposte che erano tipiche di questi partiti. Per spiegare questo paradosso conviene fare qualche passo indietro e ritornare al momento in cui, dopo un lungo periodo in cui la politica mondiale era stata dominata dal binomio Reagan-Thatcher, la situazione si rovesciò con la vittoria di Blair che sembrava in grado di cambiare i destini europei con il new labour, la terza via che avrebbe dovuto rinnovare il riformismo europeo e lo schema politico mondiale collegandosi con le novità che Clinton proponeva negli Stati Uniti.

Con un pizzico di esagerazione, ma anche per esaltare il ruolo italiano in questo processo, si era arrivati perfino a parlare di “ulivo mondiale”. La causa della sconfitta di questa grande stagione è da individuare nel fatto che, mentre in teoria il nuovo labour e l’ulivo mondiale erano una fucina di novità, nella prassi di governo di Tony Blair e i governi che ad esso si erano ispirati si limitavano ad imitare le precedenti politiche dei conservatori inseguendone i contenuti e accontentandosi di un nuovo linguaggio. Sul dominio assoluto dei mercati, sul peggioramento nella distribuzione dei redditi, sulle politiche europee, sul grande problema della pace e della guerra, sui diritti dei cittadini e sulle politiche fiscali le decisioni non si discostavano spesso da quelle precedenti. Il messaggio lanciato all’elettore era il più delle volte dedicato a dimostrare che il modo di governare sarebbe stato migliore. Nel frattempo il cambiamento della società continuava secondo le linee precedenti: una crescente disparità nelle distribuzione dei redditi, un dominio assoluto e incontrastato del mercato, un diffuso disprezzo del ruolo dello Stato e dell’uso delle politiche fiscali, una presenza sempre più limitata degli interventi pubblici di carattere sociale.

Vent’anni fa una mia semplice osservazione che la differenza di remunerazione da uno a quaranta tra il direttore e gli operai di una stessa azienda era eccessiva, aveva causato scandali e discussioni a non finire. Oggi nessuno si stupisce del fatto che questa differenza sia in molti casi da uno a quattrocento. Durante il momento più acuto della presente crisi abbiamo assistito a una breve fase di sdegno nei confronti della remunerazione di alcuni dirigenti, ma poi tutto è stato dimenticato.

Come se vivessimo in una società immutabile, come se la realtà esistente e le convinzioni dell’opinione pubblica fossero così forti da non essere riformabili. Il riformismo ha cioè perso la fiducia in se stesso e preferisce inseguire le piattaforme e i programmi degli altri, pensando che, per rovesciare le fortune elettorali, sia sufficiente criticare gli errori e i comportamenti dei governanti. A cambiare gli equilibri politici tutto ciò non basta, anche perché la rapidità con cui gli “estremisti” del mercato si sono impadroniti del linguaggio dei riformisti è davvero degna di un premio Nobel.

Per vincere i riformisti debbono elaborare nuove idee e nuovi progetti su tutti i temi elencati in precedenza. Ribadendo con forza il ruolo dello Stato come regolatore di un mercato finalmente pulito. Approfondendo i modi e gli strumenti attraverso i quali i cittadini abbiano uguali prospettive di fronte alla vita. Rinnovando il funzionamento del sistema scolastico, della ricerca scientifica e del sistema sanitario. Ripensando al grande processo di superamento del nuovo nazionalismo politico ed economico con una forte adesione agli obiettivi di coesione europea e di solidarietà internazionale. Non avendo paura di denunciare i tanti aspetti riguardo ai quali il capitalismo deve profondamente riformarsi. Non accontentandosi di mostrare un giorno la faccia feroce e il giorno dopo un viso sorridente verso gli immigrati, ma preparando una organica politica di legalità ed accoglienza.

Mi rendo conto che tutto ciò significa avere il coraggio di scontentare molti e aver la forza di scomporre e ricomporre il proprio elettorato.Mi rendo conto che nessun politico affronta a cuor leggero questa azione di scomposizione e ricomposizione, ma mi rendo anche conto che la crisi economica sta cambiando percezioni e mentalità. Essa rende più accettabili le proposte innovative e coraggiose che il centro-sinistra deve elaborare per essere ritenuto in grado di governare la nostra società. Un compito difficile, tutto in salita e, in una prima fase, addirittura contro corrente. Tuttavia chi non è capace di nuotare contro corrente non sarà mai in grado di risalire un fiume.

martedì 18 agosto 2009

è morta Fernanda Pivano

E' morta Fernanda Pivano. La scrittrice e giornalista si è spenta in una clinica privata di Milano, dove era ricoverata da tempo. I funerali si svolgeranno probabilmente venerdì prossimo, a Genova, dove era nata il 18 luglio 1917.

Grande protagonista della cultura italiana, nel dopoguerra fu lei a far conoscere nel nostro Paese gli autori della Beat Generation. A lei si debbono tante traduzioni di capolavori americani. La prima, nel '43, fu L'antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Oltre un mese fa aveva consegnato a Bompiani la seconda parte della sua autobiografia. Ultima fatica di un'intellettuale che ha vissuto sempre con passione, amica di tanti grandi della scena culturale, da Cesare Pavese a Ernest Hemingway, donna dallo spirito battagliero soprannominata "la Nanda".


Intervista ai Doughboys


da "L'Altro - la Sinistra quotidiana"

Sono in tre: The Pope che distribuisce spinelli, The Goalkeeper che si riappropria degli spazi pubblici e The Yuppie che distribuisce materiale scaricato da internet. Girano tra le vie della capitale mascherati. Si chiamano i Doughboys. Hanno una missione come ogni supereroe: diffondere l’insicurezza nelle strade di Roma. Grazie alle loro azioni sono finiti sulle pagine di molti giornali nazionali. Hanno un sito che li descrive così “Laddove la legalità regna sovrana, i Doughboys aiutano a riscoprire il piacere della sovversione. Chi fermerà i Doughboys?
Girano le per strade, pattugliano le città. La loro identità è coperta da una maschera. Nascono dai meandri della cultura popolare. Combinano storie, riferimenti, strategie e simboli, fantasmi di idee sepolte da tempo.
La Legge, lo Stato, la Proprietà: ovunque questi invisibili mostri generano malessere, lì agiscono questi prodigi mascherati.”

Per trovarli abbiamo dovuto rivolgerci a vecchi amici della controinformazione che, passata la stagione degli anni’70, hanno continuato a lavorare nell’ombra raccogliendo informazioni su tutto e su tutti. Loro ci hanno messo in contatto con i Doughboys che ci hanno concesso un’intervista

Roma, località segreta, 11 agosto 2009:
Iniziamo dal nome. Doughboys, Perché?

Il dough, la fecola di patate, e' un fluido non newtoniano, ovvero una pasta dalla viscosità mutevole che muta stato (da solido a liquido) a seconda dello sforzo di taglio applicato. In altre parole, non ha una consistenza stabile. Se si cammina abbastanza velocemente su una vasca di dough, questa reggerà il peso del corpo. Ma se ci si ferma, si sprofonda come fosse acqua. I Doughboys non sono altro che questo. Presenti, tangibili e concreti, si aggirano per le strade di Roma, ma poi esistono come leggenda, narrazione. Si fanno solidi, per poi tornare liquidi.

Quando sono iniziate le azioni dei Doughboys?
Circa un anno fa, ma si sono intensificate nel 2009, quando la retorica delle ronde e della legalità ha avuto una ennesima impennata.

Quale è il manifesto d’intenti dei Doughboys?
Diffondere la gioia della sovversione.

Supereroi dalle maschere che ricordano gli eroi popolari del wrestling messicano raccontati da Paco Ignacio taibo II, ma anche neo situazionisti. Come vi definereste?

Indubbiamente le maschere da luchadores sono una citazione che dice qualcosa di noi. El Santo, e poi Super Barrio, anteponevano al ruolo di lottatori un attivismo radicale nella società. Costantemente contro il potere e i potenti, Super Barrio diventò una specie di Luther Blissett farcito di chili e mescal. Inoltre ci piace parassitare le tattiche del potere, per mandarle fuori tempo, o per aggiungere una nota stonata.
Quanto ad una definizione, direi che siamo supereroi, punto.


Quale è il vostro rapporto con la metropoli?
Una metropoli e', innanzitutto, una narrazione. I suoi confini esistono nelle nostre menti, prima che sulle carte del demanio. Cosa e' centro, cosa periferia, cosa caratterizza una città e cosa invece resta in ombra, questi sono tutti racconti. Dunque, il nostro rapporto con la metropoli e' quello che può avere una leggenda all'interno di un mito, una storia che si appoggia parzialmente su una conoscenza comune piu' solida e affermata. Se la metropoli e' una storia allora, come tale, può essere raccontata in infiniti modi. Uno di questi e' il nostro.

E quale con la periferia dove le politiche securitarie colpiscono ancora di più?
Una città come Roma ospita realtà infinitamente sfaccettate. Noi giriamo a Piazza di Spagna e al Colosseo, ma anche nelle zone piu' periferiche. In realtà sono proprio le periferie i luoghi dove la velocità di mutamento (di stili, mode, forme di vita) garantisce maggiore facilità di attecchire al nostro progetto.
In periferia la sicurezza colpisce duro, ma le manovre per sfuggirvi sono anche piu' leste e caparbie. Diciamo che e' dove la lotta si fa piu' interessante.

Chi sono i vostri nemici?
A costo di usare slogan fuori moda, diciamo sempre che i nostri nemici sono la Legge, lo Stato e la Proprietà. Questi mostri invisibili si attualizzano nelle ronde, ad esempio, contro cui agiamo.
Ma i nostri nemici sono anche altri supereroi, come il gruppo dei Real Life Super Hero. Persone che si mascherano per compiere a volte azioni lodevoli, a volte delle autentiche ronde un po' piu' colorate. In Italia c'e' Entomo, a Napoli, con cui abbiamo un rapporto decisamente conflittuale. Qualcuno dice che, per riprendere le terminologie dei fumetti, noi saremmo soprattutto dei "super villain", gli arcinemici degli eroi. Ci piace vederla esattamente al contrario.


Potrebbe accadere di essere fermati dalla polizia, o peggio arrestati. L’avete messo in conto?
Siamo supereroi mica per niente.
Prima ci devono prendere. E poi, per citare il nostro collega V, del fumetto "V for Vendetta", "le idee sono a prova di proiettile". Noi siamo innanzitutto un'idea, se Alemanno dovesse fermarci avrebbe una rivolta popolare. Non a caso recentemente, intervistato in un noto programma della Rai, ha definito i Doughboys "solo folklore". Preferisce minimizzare, sperando che non se ne parli, piuttosto che doverci dare la caccia.
Una reazione degna del sindaco di Gotham City.

L’illegalità come mezzo per combattere le politiche della sicurezza. Ci spieghereste meglio il concetto?
Parlare di sicurezza non e' del tutto appropriato. In realtà qui si parla di norme repressive, che per essere fatte rispettare hanno bisogno, piu' di qualunque legge, della violenza. La violenza delle ronde, cittadine o della polizia, reprime la libertà degli individui. Per liberarla c'e' bisogno di riscoprire il piacere dell'illegalità, che e' quanto facciamo. Dovreste vedere con quale gioia ci accolgono i ragazzi e le ragazze quando ci vedono arrivare, e che sorrisi fanno quando capiscono cosa sta accadendo davanti ai loro occhi.

Ci verrebbe da pensare a una vecchia campagna del movimento contro la repressione“chi è legale e chi illegale” e a un vecchio titolo di un giornale (Rosso) degli anni 70 “illegalità di massa”. Come vi appare l’accostamento?

Se vuoi usarli come titolo, vanno piu' che bene! La nostra e' fondamentalmente un'iniziativa pacifica, non forziamo nessuno a fare o non fare qualcosa. Il nostro e' un invito. Le ronde del Governo reprimono, e dunque costringono, ad attenersi ad un regolamento inutile. Piu' che chiedersi chi e' legale e chi no, chiedetevi cosa preferite, cosa ritenete sia piu' sano.
Illegalità di massa ma anche allucinazione di massa. Materializziamo i sogni di una generazione repressa e frustrata, liberiamo il loro desiderio, come in una seduta di psicanalisi collettiva.


Quando i Doughboys sono senza maschera che fanno nella vita?
Se qui a rispondere ci fosse stato Batman, o Superman, non avresti fatto questa domanda. Tutti sanno che un supereroe non rivela nulla della propria identità, perche' i Doughboys dovrebbero fare un'eccezione?


Si può entrare a far parte dei Doughboys?
La selezione e' dura, ma il progetto e' "copyleft", chiunque può fare propria l'iniziativa dei Doughboys ed imitarci. A dire il vero ultimamente abbiamo ricevuto molte richieste. Diciamo sempre, fate quello che volete, ma assumetene la responsabilità. Un supereroe ha bisogno di allenamento, deve studiare le strade, e agire senza tentennamenti. Se vi ritenete in grado scoprirete cosa vuol dire diffondere la gioia di sovvertire, ma poi non venite a piangere da noi se vi fate male.

Il tempo è scaduto. I Doughboys ci dicono che devo prepararsi per una missione nel cuore della città.

Ok. Ora non ci sono domande. Dite quello che vi pare prima di andare.

Volevamo ringraziare il gruppo IOCOSE (iocose.org), per il lavoro di documentazione che stanno facendo.

Invitiamo a visitare il sito www.doughboysproject.org, iscriversi alla newsletter, e unirsi al nostro gruppo Facebook. Le nuove iniziative le comunichiamo attraverso questi canali, oltre che con i piccioni viaggiatori indirizzati alle redazioni dei giornali.

Le dieci domande di Johnny Palomba a Berlusconi



1 – perché cuanno che vado allestero e dico devenì dallitaglia laggente se mette aride?

2 – come se chiameno cuelle che tu le paghi loro te la danno e poi te dicheno pure che sei stato fantastichio?

3 – maché davero?

4 – cò tutti i sordi che ciai ma numpotevi sceiie navvocato meno rincoiionito de ghedini?

5 – perché tu moiie e tu fiia senaccorgheno mò che te piace fa ergalletto sopra la monnezza?

6 – numpenzi che è umpo’ da coatti portasse icapidestato invacanza drento ar villone tuo?

7 – litaglia è erpaese collottantapercento dii beni artistichi dermonno. maddavero te penzi che è merito tuo?

8 – te che tene intenni de barzellette la sai cuella de heidi e ernonno?

9 – ma losai che nitaglia cè tantissima gente che te penza intenzamente?

10 – accua e olio tuttapposto?

Viva Nichi Vendola!


di Fausto Bertinotti

Viva Nichi Vendola! Questa è la mia risposta - la prima, la più immediata ma anche quella più meditata - alle vicende pugliesi. Non è solo la solidarietà che è giusto e doveroso esprimere a un amico, a un compagno di lunghissimo corso, con il quale si sono condivisi una stagione, molte sconfitte, qualche successo. E' anche e soprattutto un'idea della politica. Non malgrado, ma proprio in virtù del legame che ci unisce, sento la necessità di rivendicare, prima di ogni altra cosa, una presunzione di verità politica che è interamente dalla sua parte. Tanto più in una fase come questa, nella quale, anche nella sinistra in disfacimento, scatta invece la mera logica del "contro", quasi oramai come un vestito che ci si è cuciti addosso. Da parte mia, appunto, avverto come prioritaria l'idea di appartenenza pubblica. Nichi e io abbiamo fatto parte, facciamo tutt'ora parte, della stessa comunità politica scelta - una nozione che va ben oltre quella di partito e che ci richiama a quella diversità che è forse la ragione qualificante della nostra intrapresa.
Siamo diversi non perché migliori o antropologicamente surdeterminati, ma perché ci muove l'ambizione di cambiare il mondo. Siamo diversi non in quanto singole persone o ceto politico, ma perché rispondiamo a quella comunità, a quella storia collettiva, a quelle speranze di cambiamento - e l'azione della politica è solo l'ancella, per quanto privilegiata - di questa prospettiva.
uesto è l'essenziale nella storia di Nichi Vendola, da giovane comunista a governatore della Puglia, da brillante intellettuale a leader politico nazionale.
Questo è ciò che vale e che va rivendicato. Ma allo stesso tempo non è forse questo anche il metro garantista che ci dovrebbe guidare sempre, tutte le volte cioè che il potere giudiziario coinvolge l'autorità politica? Per noi l'autonomia della magistratura è un fondamento, quasi sacro, della civiltà moderna.
E anche in questa circostanza non possiamo che ribadire l'auspicio di sempre che "la giustizia faccia il suo corso". Solo che, nell'inchiesta pugliese, si sta verificando un paradosso pressoché clamoroso: il garantismo, che serve a tutelare chi è sottoposto a un'indagine che sfonda sulla presunzione di innocenza di chi è accusato, e gli fornisce gli strumenti necessari di difesa, almeno fino a quando non sia emesso un verdetto, da strumento nobile si va rovesciando nel suo contrario.
Nichi Vendola non è accusato di alcun reato, ne è soggetto ad un inchiesta specifica che lo riguardi: perciò nel nome di regole garantiste formalmente proclamate, nei suoi confronti viene brandita una vera e propria fiera del sospetto.
Scatta un'impressionante meccanismo mediatico accusatorio e scatta la sovrapposizione costante della figura di Nichi Vendola a la nozione di reati, ruberie, corruzione. E si leva un coro di condanna preventiva.
Perché? In verità, la natura di questa offensiva è sotto gli occhi di tutti, quotidianamente, ed è molto chiaro l'obiettivo che si propone: la demolizione di una personalità e di un'esperienza politica.
Non è una persecuzione dettata da chissà quale malevolenza. Non è un complotto classico. E' una risposta della politica conservatrice. Giacché Nichi Vendola è la Puglia - la Puglia che vuole cambiare, la Puglia che fa eccezione alle sconfitte che colpiscono nel resto d'Italia la sinistra e il centro sinistra.
Nichi ha reso possibile ciò che sembrava impossibile: prima, trasformare le primarie in un vero e proprio "patto col popolo", che assomiglia alle più avanzate esperienze dell'America latina assai di più che non all'esangue e spettacolare ritualità della Sinistra Europea; poi, proseguire in un azione di governo innovativa, che ha scosso molti interessi forti della società pugliese e costruito una mobilitazione della società civile che incarna le istanze gramsciane.
Lo ha fatto, come dicevamo, in controtendenza mentre la sinistra offriva di sé le note cattive prove - e non ha lavorato soltanto sul terreno del riscatto del sud, ma si è mosso nella direzione di un nuovo meridionalismo in stretta connessione con il Mediterraneo.
Ora, neppure sugli anni di governatorato di Nichi Vendola fin qui realizzati, rinunciamo alle virtù della critica e dell'autocritica. L'eccezione pugliese ha avuto, continua ad avere, i suoi limiti. Eppure resta un eccezione del tutto singolare nel panorama italiano.
Questo, ancora, è l'essenziale. Questo dovrebbe essere il criterio che guida tutta la sinistra, di qualunque orientamento.
Invece la sinistra appare del tutto inadeguata: non difende Vendola, oscilla tra l'invettiva giustizialista e mille giochi tattici di corto, cortissimo respiro. E' un segno inequivocabile della sua crisi strategica ma anche della sua incapacità di fronteggiare davvero l'offensiva degli avversari. Accade così che, dall'antica alterigia e presunzione di immunità rivendicata per tutti i suoi membri, si è passati alla propensione diametralmente opposta: non tutti eguali davanti alla legge, come è giusto che sia, ma tutti eguali!
Accade così che si getta via il bambino (le ragioni politiche ideali della diversità) insieme all'acqua sporca (la presunzione) e si offrono nuovi varchi alla deriva populista. Accade, ancora, che si è diventati incapaci di capire quali sono gli interessi materiali concreti colpiti, la loro reazione,la necessità di fronteggiarla - e con quali strumenti.
Anche qui con un rovesciamento culturale che ha dell'incredibile: dall'antica fissa giacobina del "complotto reazionario" che si vedeva sempre dietro l'angolo, si è passati alla cancellazione totale di ogni analisi delle forze in campo.
Come se la politica fosse di colpo diventata neutrale. Ma che in Puglia gli interessi colpiti si stiano mobilitando per mettere fine alla anomalia che Nichi Vendola rappresenta, e per riportare la regione all'ordinaria condizione del quadro italiano, a me pare evidente. Palmare.
Dunque, lo ripetiamo: la giustizia faccia il suo corso. Ma contemporaneamente la politica faccia la sua parte. Prenda parte.

venerdì 7 agosto 2009

Chi ha più filo...


saggio di Fulvia Bandoli per "Critica Marxista"

Dopo queste elezioni ci muoviamo ancora nel perimetro di una sconfitta che ci rimanda intatto il problema di come costruire in Italia un nuovo , unitario e plurale soggetto politico della sinistra. Alcuni dicono che bisognava presentarsi uniti perchè due liste a sinistra del Pd non avevano speranza di farcela. Può darsi, ma due elementi non vanno dimenticati: il primo attiene al fatto che già avevamo sperimentato con la Sinistra Arcobaleno il cartello di tutti e l’esito fu disastroso perché i voti non si sommano quasi mai; il secondo riguarda la sostanziale differenza tra i due progetti che sono stati messi in campo da Sinistra e Libertà da un lato e da Rifondazione Comunista dall’altro. Il primo parla di un nuovo soggetto politico della Sinistra, autonomo e competitivo rispetto al Pd, nel quale vivano tutte le culture politiche storiche della sinistra assieme a coloro che sono diventati di sinistra in altri modi e con altri percorsi, il secondo ripropone la ricostruzione in Italia di una forza solo comunista e dai tratti fortemente identitari. Si possono mettere da parte queste obiezioni e ridurre tutto al fatto che insieme, forse, avremmo eletto due o tre deputati in Europa, ma dal giorno dopo le strade si sarebbero divise e il tema che evocavo all’inizio si sarebbe ripresentato identico. Vorrei chiarire che non concordavo in passato e non concordo adesso con coloro che ripropongono il tema delle due sinistre. Ritengo che al momento non vi sia alcuna Sinistra credibile bensì ipotesi diverse per tentare di costruirla. E metto tra queste anche la fumosa e stupefacente “cosa bertinottiana” che affida il destino della Sinistra solo a ciò che potrà accadere nel Pd togliendo alle donne e agli uomini di sinistra fuori da quel partito, se sapranno esprimerla, qualsiasi soggettività politica. I prossimi due anni ci diranno quale di questi progetti avrà più filo per tessere la tela di una Sinistra popolare e credibile. Ma dobbiamo partire subito. Non serve ora alcuna polemica con Rifondazione Comunista, e sarebbe ancora più nocivo un appiattimento sul Pd proprio adesso che abbiamo toccato con mano il fallimento del bipartitismo e l’esistenza ,a sinistra di quel partito, di uno spazio vuoto che solo una Sinistra autonoma può coprire. Ritengo altresì che alcune battaglie di opposizione al Governo vadano fatte insieme da tutte le opposizioni, e che il confronto con gli elettori di sinistra che hanno dato il loro voto a quella come ad altre liste di opposizione non vada mai interrotto in nessuna realtà territoriale. Perché sono queste le persone che dobbiamo cercare di raggiungere con le nostre proposte.

Trarre fuori realtà dalla rappresentazione

Le due domande prevalenti che mi sono state rivolte in campagna elettorale erano domande di realtà da un lato e di democrazia e partecipazione dall’altro. Cominciamo dalla domanda di realtà…..che non significa rinunciare ad avere una idea del mondo, dello sviluppo possibile che non è illimitato, della giustizia sociale, quanto piuttosto materializzare quelle idee in proposte concrete capaci di risolvere i problemi che si parano davanti alle persone nella vita di ogni giorno, quei soggetti sociali, avremmo detto un tempo, non scomparsi ma assai meno definiti e più contradditori, impossibili da incasellare. Attraverso cosa passa il potere reale di un gruppo dominante, di un sistema economico? E quali sono gli strumenti generalmente più utilizzati? Sempre più spesso passa attraverso la rappresentazione della realtà che viene imposta, manipolata a seconda del risultato che si vuole ottenere. Ad esempio.. c’è la crisi ma si rappresenta la realtà come se non ci fosse, abbiamo bisogno di immigrati come operai nelle fabbriche del nord,nei campi del sud e in un milione di case per badare ai nostri anziani ma diciamo che non vogliamo immigrati e lasciamo quelli che lavorano senza alcun diritto, viviamo in tante e tanti in coppie di fatto ma non le riconosciamo legalmente, i treni per milioni di pendolari sono pochi e lenti, sporchi e senza manutenzione ( e gli incidenti sono sempre più frequenti) ma si festeggia l’alta velocità, trasmissioni di nicchia decantano l’economia verde e la riconversione ecologica dello sviluppo ( e per fortuna oggi anche gli Stati Uniti di Obama) ma in Italia torniamo al nucleare . Come ha scritto Simone Weil “ la paura e la speranza , generate dalle minacce e dalle promesse sono il mezzo più grossolano , da sempre adoperato da chi vuole perpetuare il suo potere” . La paura perché ottunde e paralizza, la speranza perché dopo la paura il bisogno più immediato è quello della rassicurazione. Dal che possiamo dedurre già una prima importantissima cosa: la buona politica è quella che cerca di non spaventare nessuno. E’ assai indicativo che il libro di Giulio Tremonti ( una sorta di manifesto del centro destra) , tanto venduto nell’ultimo anno, si intitolasse proprio “La paura e la speranza”. Credo che Tremonti non intendesse citare Simone Weil ( che penso non sia tra le sue letture abituali) quanto piuttosto usare a piene mani quelle due formidabili leve. E l’operazione è sicuramente riuscita. La destra ha costruito incubi e sogni e per mesi l’opinione pubblica ha sognato quei sogni e ha avuto quegli incubi. La destra ha lavorato testardamente per mesi sulla paura nelle sue molteplici forme: degli immigrati, della Cina che ci inghiottirà, dei poveri che vengono a mangiare nel nostro piatto, dei diversi, sulla paura per l’invasione del cortile di casa nostra, per lo stravolgimento della nostra cultura originaria, del nostro Dio, paura di essere aggrediti e violentati- non dall’uomo più vicino ma dal più straniero- paura di non avere alcun futuro, di perdere il lavoro, paura persino di essere europei. E su quelle paure ha costruito in buona parte le sue vittoria elettorali e una deriva securitaria ai limiti della xenofobia, schedando etnie, alzando muri per difenderci ma anche per nascondere la realtà povera di un terzo del mondo, le molte guerre, le tante armi, i cambiamenti climatici , risultati inquietanti di un liberismo disumano e fallimentare. Alcuni mesi più tardi si affaccia un’altra realtà: a prendersi il futuro di miliardi di donne e uomini, il lavoro,i risparmi, i diritti, la casa, le risorse naturali sono la grande finanza speculativa, le banche, gli intermediari e le multinazionali di un mercato drogato e senza regole e le spese militari per guerre preventive quanto inutili. Eppure in questo paese chi ha mai temuto le banche o la finanza speculativa, e un mercato senza alcuna regola? La paura è stata indirizzata dove si voleva che andasse. E la sinistra non è riuscita a trarre fuori, per ora, la realtà dalla rappresentazione che la destra ne da, mentre il Pd e anche altre forze come l’ Italia dei Valori spesso cavalcano gli stessi cavalli. Il potere più grande è quello che riesce a piegare la realtà fino a travisarla del tutto. Operazione che riesce ancora più facile quando si controlla quasi tutta l’informazione e se nessuno oppone idee diverse, passione nel difenderle, ricerca di confronto su dati concreti. In questo contesto aver messo da parte il conflitto di interessi ogni volta che il centrosinistra è andato al governo è stato un errore capitale. Perché il conflitto di interessi è un dato reale che da solo snatura la democrazia e la Costituzione. Trarre fuori realtà dalla rappresentazione , questo ho imparato dal femminismo e questo mi è stato detto mille volte dalle persone che ho incontrato in campagna elettorale. La Sinistra, che dovrebbe avere a cuore la trasformazione della realtà e il miglioramento dello stato di cose presenti, non usa la paura e non inventa , facendo leva su quella, false speranze. Ci viene chiesto che una nuova Sinistra sui piccoli e grandi dati della realtà costruisca pensiero, cultura,politica, iniziativa e radicamento sociale, consenso e alleanze. Egemonia e non un suo sistema di potere,direzione al posto del dominio.

Il coraggio della democrazia e della partecipazione

La seconda domanda che ci viene rivolta riguarda la democrazia e la partecipazione. Tema antico, che incrocia la crisi dei partiti iniziata decenni or sono, le forme della partecipazione, le sedi decisionali, le pratiche politiche quotidiane. Le richieste che ci vengono rivolte sono spesso contraddittorie e segnalano un forte disorientamento e una lunga diseducazione alla democrazia. Ci viene chiesto un partito nuovo subito ma al contempo tutti e tutte vogliono partecipare alle decisioni perché non hanno fiducia in quelli che dovrebbero essere i dirigenti. A volte si lamenta la mancanza di un leader, ma subito dopo si critica il leaderismo nella politica. Si reclama un ruolo costituente per “ il territorio” e nello stesso tempo si aspettano le decisioni che verranno prese a Roma. E sul fronte delle risposte non è che le cose vadano meglio: le decisioni vengono assunte in sedi ristrettissime e senza alcun confronto politico trasparente, frutto di accordi o disaccordi incomprensibili ai più e quasi sempre guidati da piccole logiche di sopravvivenza di un ceto politico. Sappiamo che bisogna aprire porte e finestre , lo abbiamo visto con la formazione di liste che avevano un tratto di apertura altissimo e che per questo sono state apprezzate, ma il giorno dopo il voto non sappiamo dare ai candidati un ruolo di direzione politica. Non riusciamo a prenderci la responsabilità di formulare regole che garantiscano la partecipazione e c’è una esagerata avversione verso la proposta che va sotto il titolo “una testa un voto” perché implica la messa in discussione di tutti i piccoli orticelli e del ruolo di ognuno e ognuna di noi. E così continuiamo ad oscillare tra due limiti estremi : o decidono i cinque “segretari” delle cosiddette “forze politiche” che hanno “promosso” Sinistra e Libertà oppure decidono gli elettori. Tutti, nessuno escluso. Ma dal momento che i segretari si possono riunire mentre un milione di elettori non possono farlo….continuano a decidere soltanto i segretari. E questo deprime le aspettative, fiacca le speranze di tanti a dare il loro contributo e fornisce una immagine vecchia di noi, che più vecchia non potrebbe essere. Uscire da questa falsa alternativa è vitale se vogliamo andare avanti. Serve che alcune e alcuni si prendano la responsabilità di proporre un percorso e di sottoporlo ad una verifica larga, partecipata e democratica, che potrà confermarlo, cambiarlo, ribaltarlo. Ho imparato che parlare di democrazia non serve a molto, quando ci si rende conto di vivere in movimenti politici che non la praticano bisogna saper scartare di lato, rompere gli schemi rigidi e burocratici, innovare le pratiche politiche, accettare con generosità di mettersi tutti e tutte in discussione ad ogni livello. L’esperienza mi ha insegnato che non si aprono processi di alcun genere se non c’è una direzione politica, ma il ruolo dei dirigenti oggi deve essere del tutto diverso, un ruolo prevalentemente “di servizio”. La credibilità dei dirigenti della sinistra è assai bassa e anche coloro che ne hanno di più devono cercare legittimazione in sedi democratiche riconosciute.

Una sconfitta “sostenibile” e la richiesta di continuare il percorso

Stavolta abbiamo piccoli segnali positivi rispetto al dopo elezioni politiche di un anno fa: non c’è, per ora, alcuna demotivazione negli elettori che hanno votato Sinistra e Libertà perché la difficoltà di giungere al quorum era nei conti fin dal principio, le forze nuove che hanno partecipato alla campagna elettorale sono restate ai loro posti ( dai candidati che hanno avuto una parte importante nel raccogliere voti e che ora sono disponibili a svolgere un ruolo , ai comitati e alle associazioni per la sinistra nate in tante città) , in molte città già si fanno assemblee per costituire i comitati promotori e continuare l’iniziativa politica sui temi del territorio. Anche il fatto che i promotori nazionali della lista Sinistra e Libertà ( impropriamente chiamati “partiti o forze politiche” e che non sono le sole depositarie del piccolo patrimonio di voti) abbiano confermato il loro impegno a proseguire su quella strada e non si siano disgregati il giorno dopo ha una sua importanza. Dunque siamo nel perimetro di una sconfitta ma mi pare di poter dire che si tratta di una sconfitta sostenibile, che contiene in se la richiesta evidente a proseguire nell’esperienza intrapresa. La difficoltà sta nel “come” proseguire sul progetto originario di Sinistra e Libertà, senza ripiombare nell’infinita sequenza di incontri al vertice ( e dunque il percorso democratico di cui parlavo prima è vitale) e nelle sterili discussioni sulle alleanze possibili. Prima di allearsi con chicchessia bisogna esistere, aumentare il consenso, organizzarsi nelle città, segnare la politica italiana con alcune proposte programmatiche forti che spieghino sempre meglio cosa è e cosa propone questa nuova Sinistra che vogliamo costruire. Non possiamo permetterci un altro anno come quello che abbiamo alle spalle, vuoto di politica e pieno di riunioni e piccoli convegni nei quali cambiavano i convocatori ma i convocati erano quasi sempre gli stessi . E anche l’ordine del giorno restava in qualche modo e ossessivamente sempre quello…” quale sinistra, quale percorso?”. L’anno che abbiamo davanti non sarà un anno perso se lo useremo per introdurre democrazia e pratiche convincenti e per mettere in moto iniziativa politica sui temi concreti. Queste mi paiono le due sfide da vincere, i due limiti più evidenti che abbiamo. Le parole hanno un senso e le forme della politica pure, i partiti politici come li abbiamo conosciuti nel secolo scorso , nel bene e nel male, sono irrimediabilmente scomparsi , al loro posto sono subentrate aggregazioni spesso informi , intere coalizioni si sono trasformate in “partiti unici” guidati da un solo leader ma formati da decine di correnti e sottocorrenti. Non basta chiedere a gran voce un partito nuovo subito: perché non può nascere nel chiuso di una stanza o per trovare “una casa” a coloro che si sentono smarriti. Un soggetto politico nasce quando la sua utilità sociale prende piede e le culture politiche che lo animano prendono forza e diventano principi condivisi e programmi, e per fare questo le forme e le pratiche vanno ripensate alla radice con uno sforzo di invenzione e di apertura. Dobbiamo trovare il coraggio di nominare le ragioni del declino della sinistra , non possiamo permetterci di spostare tutto sulla ennesima ricostruzione organizzativa o di puntare su aggregazioni che si mettono in gioco solo nelle scadenze elettorali. Oggi la priorità a me pare quella di restare in piedi dopo le elezioni, di costruire pensiero e politica, presenza territoriale, di rimettersi in gioco nel confronto sociale . Da questo lavoro può nascere un nuovo soggetto politico ma non potrà essere la riedizione dei partiti che c’erano in passato e neppure prendere ad esempio i due principali partiti oggi presenti in Italia. L’impresa è inedita , per questa ragione più difficile ma anche affascinante.

Ancora sulla realtà delle “ piccole cose”

Girando per l’Italia, guardando la vita reale e ascoltando con attenzione le persone, si scoprono i temi che più riuscirebbero nell’immediato a dare il segno di ciò che siamo e nello stesso tempo a trarre fuori realtà dalla rappresentazione che ne viene data. Sembrano questioni piccole e molto specifiche ma ognuna di esse rimanda a grandi contraddizioni dello sviluppo, a paradigmi fondamentali in materia di giustizia sociale e di diritti. Premettendo che una piccola forza non può stare su tutto, deve metterci cura e costanza fino a concretizzare un risultato, e non consumare un tema nello spazio di un mattino, provo ad indicare un piccolo programma di iniziativa politica per i prossimi mesi.
In Campania i rifiuti che prima si accatastavano nelle strade adesso vengono portati tutti, così come sono, a Ferrandelle in una “discarica” irregolare presidiata dai militari, non esistono centri di compostaggio ,il termovalozzatore di Acerra appena inaugurato non funziona , non si fa raccolta differenziata e di conseguenza nessun riciclaggio. Eppure i mezzi di informazione puntualmente ci dicono che il Governo ha risolto l’emergenza rifiuti , il presidente del Consiglio non manca occasione di rivendicarlo e il silenzio di tutte le opposizioni è assordante e incomprensibile. Trarre fuori realtà in questo caso vuole dire scriverla sui giornali ( anche se pochi), fare assemblee popolari in tutta la Campania e anche in altre regioni del Sud per denunciare il bluff del governo ( la Sicilia è messa allo stesso modo ma anche in tante altre la raccolta differenziata è quasi inesistente, mentre è la chiave per far partire un ciclo integrato dei rifiuti), organizzare comitati di cittadini ( molti comitati di donne già ci sono ma non hanno alcuna sponda politica) che rivendichino subito risorse, mezzi e strutture per la raccolta differenziata e per il riciclaggio. Il governo delle destre mette la spazzatura sotto il tappeto noi lavoriamo per un ciclo serio e strutturato che nel suo farsi crei lavoro e occupazione e insieme tuteli il territorio.
Anche in Abruzzo, dopo il devastante terremoto si è consumata un'altra pagina di propaganda serrata del governo delle destre…soccorsi rapidi ( vero), generalizzati in tutte le aree colpite ( falso), risorse adeguate per la ricostruzione delle case ( non garantite), impegno per i beni culturali da recuperare e per il tessuto connettivo urbano di una città che va ricostruita dov’era e non da un'altra parte ( inesistente), piano per la messa in sicurezza delle scuole e degli ospedali che si trovano in tutte le aree sismiche italiane ( nessuno). Sono circa 11 milioni le persone ( bambini e malati) che ogni giorno entrano in scuole e ospedali che non hanno il certificato di agibilità statica. Una frase che rileggo sempre due volte perché ha una potenza e una drammaticità uniche. La fonte dei dati è la Protezione Civile e queste cifre sono uscite su alcuni giornali nei giorni del terremoto e poi scomparse. Per trarre di nuovo fuori la realtà dalla rappresentazione noi dovremmo proporre una petizione popolare che chieda al Governo di stornare i fondi per il Ponte sullo Stretto e i soldi stanziati per l’acquisto di nuovi aerei da guerra ( soldi certi e quantitativamente sufficienti) alla ricostruzione dell’Abruzzo e alla messa in sicurezza delle scuole e degli ospedali italiani.. Non esiste al momento e per i prossimi anni opera pubblica più urgente e prioritaria di questa.
Il terzo tema incrocia le questioni dell’immigrazione: di loro abbiamo bisogno,migliorano la vita dei nostri anziani e la nostra, vivono da anni in tante nostre case ( oltre un milione) e questo governo tiene 600.000 badanti in clandestinità e senza diritti. Sono persone che aiutano un milione di famiglie italiane che altrimenti vedrebbero andare in crisi la loro economia domestica,le loro relazioni affettive e qualche volta il lavoro di uno dei loro membri . Persone che vivono ventiquattro ore al giorno sotto il nostro tetto, si prendono cura dei corpi dei nostri padri e delle nostre madri e alle quali viene negato qualsiasi diritto di cittadinanza . Sono certa che anche in tante famiglie del nord che votano Lega ci sono le badanti , così come conosciamo il numero notevole di operai extracomunitari che lavorano in nero in centinaia di imprese piccole e medie del nord est e nelle campagne del Mezzogiorno. L'importante è nascondere la realtà, coprirla con urla ipocrite contro gli “stranieri”. Se domani tutte le badanti clandestine fossero “respinte” a casa loro nessuna struttura pubblica o privata sarebbe in grado di fare ciò che loro fanno e un milione di famiglie del centro nord andrebbero in crisi. Cosa aspettiamo a dirlo con ordini del giorno nei Consigli Comunali e Regionali? A chiedere il sostegno delle famiglie presso le quali lavorano? Ad esigere che il Governo le regolarizzi al più presto.. Un modo efficace per mettere i piedi nel territorio della Lega Nord. E per togliere un tema squisitamente di giustizia sociale alla logica puramente caritatevole nella quale lo confinano parrocchie, preti e persino cardinali.
Ma tanta realtà ancora si potrebbe trarre fuori dalle false rappresentazioni: penso alle bugie “economiche” raccontate sul nucleare e sui cambiamenti climatici dovuti all’aumento di emissioni inquinanti, alla pesante realtà delle condizioni di lavoro in cantieri e officine e al numero dei morti sul lavoro, alla vergogna dei salari italiani rispetto al resto d’Europa, al “cancro sociale” costituito dal lavoro giovanile e femminile sempre più precario. Alcuni di coloro che leggeranno questo mio scritto si chiederanno come mai ad un certo punto io abbia piegato tanto vistosamente il ragionamento sul concreto delle piccole cose ( che pure richiamano grandi paradigmi dello sviluppo e della concezione del mondo). La risposta è semplice :non trovo altro modo, da un po’ di anni a questa parte, per conservare intatta la mia passione politica. Pratico e dunque so quanto siano indispensabili il pensiero e l’elaborazione teorica e non metto le due sfere in competizione. Ma se dovessi dire una delle ragioni del declino della Sinistra in Italia comincerei dal fatto che ad un certo punto cominciammo a diventare alieni, e così iniziarono a percepirci le persone che incontravamo. Alieni, arroganti, e per nulla incuriositi o innamorati della realtà. Ora possiamo solo migliorare.

martedì 4 agosto 2009

con i lavoratori dell'Innse



http://www.myspace.com/presidioinnse

il presidio Innse su FaceBook

COMUNICATO STAMPA

Innse. Rinaldini e Sciancati (Fiom): “Sospendere immediatamente i lavori di smantellamento dello stabilimento di Lambrate e riaprire una trattativa vera”


“Occorre che vengano sospesi immediatamente i lavori di smantellamento della Innse Presse di Lambrate. Occorre, altresì, che venga ritirata la presenza delle Forze dell’ordine dallo stabilimento di via Rubattino e che venga ripristinata la situazione precedente a domenica 2 agosto, ovvero la presenza di un presidio di lavoratori. Tutto ciò, almeno fino alla fine di agosto.” Lo hanno dichiarato Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom-Cgil, e Maria Sciancati, segretario generale della Fiom-Cgil di Milano, quando, nelle prime ore del pomeriggio, sono usciti dalla Innse ove erano entrati per rendersi conto di persona delle condizioni dei lavoratori che erano saliti in mattinata su una gru, minacciando di gettarsi se lo smantellamento degli impianti non fosse stato interrotto.

“Questa pausa di tempo – hanno aggiunto Rinaldini e Sciancati – va utilizzata per riaprire una trattativa vera che consenta di individuare soluzioni alternative alla chiusura di uno stabilimento notoriamente capace di dar luogo a produzioni di qualità.”

Dopo l’ingresso all’interno dello stabilimento del gruppo di lavoratori che sono poi saliti sulla gru, davanti all'azienda milanese si è raccolta una folta folla.

In un comunicato della Fiom di Milano e della Cgil di Milano e della Lombardia, diffuso a fine mattinata, si afferma che “i lavoratori della Innse non se ne andranno e che le responsabilità di chi ha portato la situazione a questo livello sono chiare a tutti”.

Nello stesso comunicato si sottolinea l’importanza del “diritto a manifestare in difesa del posto di lavoro in una fase nella quale la crisi rende necessario l'impegno di tutti, a partire dalle Istituzioni, per risolvere i problemi occupazionali e produttivi che si moltiplicheranno.”


Fiom-Cgil/Ufficio stampa


Roma, 4 agosto 2009
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lunedì 3 agosto 2009

Sinistra e Libertà c'è già


Sinistra e Libertà c'è già
di Claudio fava

La notizia è che Sinistra e Libertà l’hanno già fatta. Costruita, vissuta,
animata, celebrata, riempita parole e profezie, aperta all’impegno di tanti.
Solo che non è (ancora) opera nostra. L’hanno fatta gli elettori, donne e uomini di una sinistra che in Italia è possibile. Il voto di giugno è il loro estremo appello e un ultimo avviso per ciascuno di noi. Per raccoglierlo dovremo saper mettere in campo, in queste settimane, la limpidezza di alcuni fatti politici.
Il primo: un generoso investimento di sovranità su Sinistra e Libertà. Non più addizione di partiti ma soggetto autonomo. Anche rispetto a quei partiti che ne rappresentano l’ossatura. Tutto ciò andrà costruito rapidamente, senza vandee ma evitando ogni tatticismo. A cominciare dalla nostra prima assemblea che il 19 settembre dovrà eleggere un coordinamento nazionale capace di rappresentare la ricchezza di tutte le esperienze che sono contenute in SL, dentro e fuori dalle forze politiche che l’hanno promossa. E accanto al coordinamento, un portavoce nazionale affinché il nostro progetto non venga ogni giorno diviso per cinque. Organismi assolutamente transitori, di mero servizio, con il compito di direzione politica fino alle regionali, elezioni in cui saremo presenti con il nostro simbolo.

Basta? No. Serve la politica, non è sufficiente rivestirla di buone intenzioni. Ecco l’importanza della consultazione e del dibattito lanciato on line dal sito di SL sulle campagne d’autunno. Ecco l’importanza di dare vita e fiato a quelle campagne, di renderle visibili, lucide, efficaci. Non più un cantiere bensì una pratica politica quotidiana, utile a noi e agli altri, insediata nel paese e non solo nei nostri discorsi.
Basta? Non ancora. Perchè questo percorso produca frutti e fatti occorre un’assunzione di responsabilità da parte di tutti, senza facili deleghe ai “tavoli nazionali”. L’originalità del nostro progetto sta proprio nel mettere in sintonia tra loro il centro e le periferie, l’elaborazione con la pratica quotidiana. E dunque, senza aspettare statuti e congressi, ben venga l’apertura di nuovi circoli, la raccolta di adesioni in tutt’Italia, l’iniziativa politica, la capacità di auto organizzazarsi… Purché siano davvero passi in avanti per rendere questo processo sempre più inclusivo, trasparente, ricco di esperienze, partecipato. In attesa del primo congresso di Sinistra e Libertà da organizzare subito dopo le elezioni regionali.

A chi oggi dice: “non un partito”, risponderei: “non solo un partito”. Occorre qualcosa di più e di meglio, uno sforzo di originalità, la ricerca di forme e linguaggi che non sono più quelli a cui siamo rimasti a lungo affezionati. Occorre crederci, soprattutto. Senza rimandare a tempi migliori. Altrimenti nella notte di questa politica ci perderemo anche noi.

domenica 2 agosto 2009

Bologna 2 Agosto 1980 - strage fascista alla Stazione




dopo trentanni giustizia e verità sono ancora lontane. (nella foto: Sergio Secci, giovane ternano, tra le ottantacinque vittime della Strage)

"Sergio moriva a causa della violenza. Lui che, pur molto giovane, aveva capito perfettamente quanto fosse aberrante e irrazionale la violenza ed a questa aveva saputo anteporre la necessità dell'acquisizione della cultura per poter fare più sagge scelte, perdeva la vita proprio per un atto di infame violenza. Lui che non aveva mai accettate le giustificazioni correnti della violenza, che non aveva esitato nel 1977 a combatterle a viso aperto e proprio nei momenti in cui erano all'apice della loro capacità persuasiva, soccombeva a causa della violenza.
Si compiva così, senza nessuna ragione, senza la seppur minima giustificazione, il tragico destino di un giovane che fiducioso si apprestava a dare il suo generoso contributo a quella società della quale con gioia faceva parte"

Torquato Secci - dal libro "cento milioni per testa di morto"

sabato 1 agosto 2009

L'onore della "Gramsci"

il 13 Giugno "il Giornale dell'Umbria" non trova di meglio che ricordare la Liberazione di Terni intervistando Marcello Marcellini, avvocato ternano, autore di un libro che getta fango sui Partigiani della Brigata "Gramsci". Pubblichiamo un articolo di Marco Venanzi per "Micropolis", che risponde a Marcellini.