lunedì 31 marzo 2008

Auguri!


Andrea Camilleri, 31 marzo 2008, 18:37
Buon compleanno Ingrao! Pubblichiamo la lectio magistralis tenuta dallo scrittore siciliano in occasione dei 93 anni del leader comunista. Una dichiarazione di stima e di affetto condita da ricordi e riflessioni sulla storia del nostro Paese

Devo confessare che ogni volta che mi si chiede di tenere un incontro pubblico, da altri nell'invito definito come "lectio magistralis", mi vengono, come si usa dire, i sudori freddi.
In primo luogo perché non mi ritengo in grado d'impartir lezioni d'alcunchè ad alcuno e in secondo luogo perché fortemente dubito che magistralis la presunta lectio possa definirsi per concetto e per forma.
Consentitemi perciò di parlarvi con molta semplicità, a mio e a vostro agio. E parlarvi nemmeno da scrittore, ma da cittadino qualsiasi che però, dal 1942 ad oggi ha seguito, e continua a seguire, le vicende politiche del nostro paese, a lungo militando già fin dall'ottobre del 1943, ma tenete presente che gli Alleati sbarcarono in Sicilia nel luglio di quello stesso anno, nel P.C. I. con alterne vicende.
Dirò subito che ho accettato con slancio l'invito di portare la mia testimonianza per il compleanno di Pietro Ingrao perché, nell'unica volta che l'ho incontrato di persona, in occasione della presentazione a Roma del libro di suo nonno Francesco, fui sommerso da una timidezza improvvisa e tale da non consentirmi d'esprimergli la profondissima stima, la grandissima ammirazione e tutta l'intensità dell'affetto che nutrivo, e nutro, per lui.
Perché Ingrao ha la rarissima dote di suscitare, oltre a rispetto, stima, considerazione, anche simpatia umana pure in chi personalmente non lo conosce e lo vede effigiato o in televisione. Perciò ho colto al volo l'occasione che mi viene offerta per tentare di spiegare, anche a me stesso, le ragioni di questi sentimenti.
Ma devo scusarmi prima ancora di cominciare se sarò costretto talvolta a parlarvi di necessità anche di me, perché dovrò continuamente rapportare me stesso a lui.
Ho da fare un'altra precisazione. Quando Walter Tocci m'invitò, io pensai subito a un titolo che in qualche modo mettesse in relazione Ingrao e l'esercizio del dubbio costruttivo. Poco dopo è andata in libreria la sua conversazione con Claudio Carnieri intitolata appunto "La pratica del dubbio". Mi sono sentito confortato nella scelta del mio tema che è appunto la qualità del dubbio ingraiano.

Vorrei però inizialmente dire il piacere che ho provato, leggendo alcuni suoi scritti, nello scoprire due persone ora scomparse a lui amiche che
amiche furono anche per me in tempi e situazioni certamente assai diversi.
La prima è Nicolò Gallo, che ho amato per le sue sempre acute e meditate parole ma ancor più per i suoi eloquentissimi silenzi.
E' stato lui, dopo la lettura del mio primo romanzo da me inviatogli in forma ancora dattiloscritta, a darmi preziosi consigli soprattutto nell'andare più in profondità e con maggior coraggio nell'uso del linguaggio che avevo adottato. Mi promise la pubblicazione del libro entro un anno nella collana che allora dirigeva con Vittorio Sereni, ma la sua improvvisa scomparsa bloccò il progetto.
E nei dieci anni che seguirono, nessun editore volle pubblicarmi.
L'altra è Totò Dibenedetto.
Non sapevo chi fosse sino a quando non mi capitò tra le mani un libro edito da Feltrinelli che conteneva le testimonianze di alcuni artisti e scrittori milanesi, da Vittorini a Treccani, circa la loro adesione al partito comunista ancora fascismo imperante.
Molti di loro facevano il nome del raffadalese Totò Dibenedetto comedi colui che li aveva fermamente convinti all'idea comunista. Tornato in Sicilia, proprio per la presentazione di quel libro che avevo fatto leggere a Nicolò, finalmente edito, chiesi ad un amico di Raffadali se aveva notizie di un certo Salvatore Dibenedetto. Il mio amico si mise a ridere.
"Il senatore? Ma è il nostro sindaco! Che vuoi sapere di lui?"
"Mi piacerebbe conoscerlo. Un giorno di questi ti vengo a trovare a Raffadali e me lo fai incontrare".
Invece il giorno appresso, prima che iniziasse la presentazione, mi venne incontro un signore elegante, dalla faccia devastata per l'esplosione, come seppi dopo, di una granata durante un'azione partigiana.
"Mi voleva conoscere?"-domandò-"Eccomi qua. Sono Dibenedetto".
Da allora, tutte la volte che tornavo al mio paese, c'incontravamo. E parlavamo a lungo, col rincrescimento evidente e reciproco di non esserci incontrati prima. Fui suo ospite nella bella casa di Raffadali e anche in quella marina che Albe Steiner ritrasse più volte. Mi regalò due suoi libri che lessi con avidità e che conservo gelosamente.

Ingrao, l'ha scritto e detto tante volte, nasce poeta, amante della letteratura del suo tempo e, in seguito, si avvicina al cinema iscrivendosi con l'amico fraterno Gianni Puccini all'appena nato Centro Sperimentale di cinematografia dove, tra parentesi, insegnava anche il russo Pietro Sharov al quale, dagli anni cinquanta e fino alla sua morte, mi legherà una profonda amicizia.
Ingrao ci racconta del suo entusiasmo giovanile per le scoperte di Chaplin e dei grandi registi russi, del valore dell'insegnamento di un Umberto Barbaro e degli incontri formativi con un Rudolf Arnheim. Insomma, pare avviato a una brillante carriera nel cinema quando, del tutto improvvisamente, abbandona il Centro sperimentale.
Che abbia già abbandonato gli studi universitari in giurisprudenza (ma si laureerà qualche anno dopo), intrapresi forse solo per compiacere la famiglia è cosa che può essere capita, ma la rinunzia volontaria allo studio di una materia dalla quale si sentiva così attratto appare assai più sorprendente.
Ingrao ne fornisce una sua spiegazione. Scrive che l'abbandono del Centro Sperimentale fu motivato in sostanza dal contraccolpo provato per l'inizio della guerra di Spagna. Considero questo un punto assolutamente nodale del suo percorso, ma Ingrao mi pare che si limiti sempre a farne breve cenno. Forse per un alto senso di pudore.
Perché penso che la guerra di Spagna invece sia stata per lui qualcosa di più di un tragico impatto, sia stato un autentico, squassante cortocircuito. Tutti gli altri suoi compagni e amici, antifascisti come lui, ad esempio, non interruppero certo gli studi o le attività intraprese per il golpe di Franco. Ingrao, sì.
Penso che Ingrao ebbe in quel momento la lucida percezione di quello che in realtà veniva a significare la guerra di Spagna e ne ebbe esistenziale sgomento. Su di lui, sulla sua sensibilità, gravavano già da tempo quelli che Vittorini avrebbe chiamato "i dolori del mondo offeso" e la guerra di Spagna consisteva in un insopportabile aggravio dell'offesa.
Inoltre veniva a costituirsi come un nitido spartiacque tra fascismo e antifascismo, tanto che gli intellettuali di tutto il mondo vennero strattonati dalla Storia e scelsero l'antifascismo, comprendendo che si trattava non di una guerra locale, ma di uno scontro frontale che coinvolgeva il mondo intero. Scriveva Hemingway:
Se vinciamo qui, vinceremo dappertutto.
Già, ma se si perdeva? Vide giusto Gustav Regler, quando cominciava a delinearsi la sconfitta:
Ora che una guerra finiva, credetti di sentire passare nel vento l'odore di cadavere delle prossime ecatombi.
Ecco, sono convinto che Ingrao venne allora preso da un dubbio che indirizzò diversamente la sua vita: il dubbio cioè che l'arte da sola e in sé, e in quel momento specifico, fosse assolutamente inadeguata a far barriera contro il fascismo. Io non so se all'epoca le maglie della censura fascista sull'informazione giornalistica avessero permesso, sia pure tra le righe,di lasciar capire quale vasta mobilitazione era in atto e quindi se lui era a conoscenza di quanti artisti e intellettuali fossero andati a combattere in prima linea, col fucile prima ancora che con la penna, da Hemingway a Orwell a Malraux a Saint Exupery e a tantissimi altri, certo è che egli in quei mesi, oltre a leggere testi che potessero fornirgli le armi della conoscenza, da Salvemini a Rigola, Trockij, Rosenberg, sente sempre più un'urgenza nuova. Scrive infatti:
Intanto dentro di te si compie una decisione nemmeno dichiarata. Muta il "che fare":come domanda interna, prima ancora che essa diventi azione esplicita. Cominciò per me un nuovo rapporto con la politica. Mi strappò all'Arcadia e alle passioni che segnavano quei miei primi amori con la scrittura letteraria, e mi preparava alle avventure terribili che presto avrebbero percorso il mio tempo.
Quindi dal dubbio nasce un meditato agire.
Personalmente, provo profondo disagio davanti a chi crede d'avere in sé solo certezze assolute.
Ai miei occhi, appare come un'arroccarsi in una immobilità che nega il movimento. Le certezze assolute, a mio avviso, attengono alla fede, non all'esercizio della ragione che è tutto un cercare, un tentare, un interrogare, un dubitare su se stessi e gli altri.
E poi siamo così sicuri che chi non dubita mai lo faccia perché inglobato nella sfericità di una sua verità o perché invece l'esercizio del dubbio, in sé estremamente impegnativo e problematico, può sfociare in una revisione della creduta verità nella quale ci si è chiusi come in un fortino? E questa revisione non potrebbe apparire come una contraddizione?
Contraddirsi, a molti, sembra espressione di malferma personalità e invece così non è, è tutto l'opposto.
Per inciso, vorrei ricordare che Leonardo Sciascia in un primo momento voleva che sulla sua pietra tombale fosse scritto Visse e si contraddisse, ma poi anche lui ci ripensò, contraddicendosi.
A questo proposito, c'è un pensiero esemplare nel libro II dei Saggi di Montaigne:
Mi sembra che la madre nutrice delle opinioni più false e pubbliche e private sia la troppa certezza, la troppa buona opinione dell'uomo in sé...
Per quel che mi riguarda, io mi sconfesso continuamente.
Il dubitare di Ingrao è sempre, come dire, la messa in moto di un motore che attivamente elabora il che fare più attinente al fine proposto.
In altri termini, non è mai la messa in dubbio del perché, ma del come.
Certe altre volte il dubbio è inespresso, soprattutto quando Ingrao avverte una fortissima disparità tra la pochezza dei mezzi a disposizione per affrontare un obiettivo che appare impari.
Questo dubbio, per esempio, traspare in tutte le pagine che in "Volevo la luna" si riferiscono al gruppo dei giovani antifascisti romani, e si condensa in un solo aggettivo più e più volte ripetuto:"gracile".
Ma il dubbio sulla gracilità del gruppo non significa mai la possibilità dell'ipotesi dell'abbandono della lotta, significa semmai la lucida presa d'atto di una situazione secondo la quale sviluppare l'agire.
Ma c'è un altro punto nodale nella vita politica di Ingrao che, ai miei occhi, ha la stessa valenza di quello del 1936.
E' la richiesta da lui fatta, nel 1966, nel corso dell'XI congresso del partito, di libertà del dissenso.
Com'è logico supporre, una tale ardita richiesta all'interno di una struttura rigida, gerarchica e centralista non può che essere la disperata, e ormai non più cancellabile somma finale di un innumerevole dubitare accumulato nel corso degli anni. E questa somma finale ha una precisa definizione: dissenso.

Perché questo dissenso? Scrive Ingrao:
In quella mia rivendicazione di libertà del dissenso c'era non solo il drammatico stimolo che era venuto dalla rivelazione dei delitti di Stalin, ma una convinzione più profonda che aveva anche a che fare con una riflessione sull'esistere. Mi muoveva non solo la tutela della libertà di opinione, ma ancor più la convinzione che il soggetto rivoluzionario era un farsi del molteplice: l'incontro fluttuante di una pluralità oppressa che costruiva e verificava nella lotta il suo volto.
"Un farsi del molteplice". E' in sostanza, anche questa una crisi esistenziale e politica che nasce dalla crisi di una certa concezione ristretta della politica e postula una sua rifondazione nel recupero di quella che Hannah Arendt chiamava la politica perduta, vale a dire quella messa in rapporto diretto tra gli uomini, attraverso un'azione che corrisponda alla condizione umana della pluralità, della molteplicità.
Anche se tutti gli aspetti della nostra esistenza sono in qualche modo connessi alla politica,-scrive la Arendt-questa pluralità è specificamente "la" condizione- non solo la conditio sine qua non, ma la conditio par quam- di ogni vita politica.
Ancora nel '66, data la posizione che Ingrao occupava nel partito, ci voleva molto coraggio per proclamare pubblicamente la necessità del dubbio, del dissenso.
Coraggio politico, certo. E infatti, come egli stesso racconta, le reazioni all'interno del partito contro di lui e contro coloro che ne condividevano le posizioni, fu durissimo. Sorseso persino sospetti di un tentativo di sostituzione del segretario del partito.
E non c'è dubbio alcuno che lui quella reazione non l'avesse messa in conto.
Ma a me appare anche e soprattutto un atto di coraggio umano.
Perché è notorio che l'uomo comune nutre una forte diffidenza verso chi dubita, non è un caso che sia stata popolarescamente coniata l'espressione "cacadubbi".
L'uomo comune, se ha scuola ha studiato l'importanza del dubbio da Aristotele in giù, se ne è presto dimenticato.
E per fortuna, sia detto tra parentesi, si è anche dimenticato della filosofia positivistica che considerava il dubbio addirittura come una malattia che portava a una continua ruminazione psicologica, come la chiamò sprezzantemente Legrand du Saulle, e che sfociava inevitabilmente in una sorta di paralisi del fare.
Allora, qual è la funzione positiva del dubbio secondo Ingrao? Sentiamo le sue parole.
Mi appassionava la ricerca. E il dubbio mi scuoteva, vorrei dire: mi attraeva. Vedevo in esso una apertura alla complessità della vita. Dubitare mi sembrava l'impulso primo a cercare: aprirsi al "molteplice" del mondo...
E ancora:
Il dubbio per me non significava povertà: anzi apertura di orizzonti, audacia nel cercare. Sì, vivevo il piacere del dubbio. E avvertivo anche una ricchezza per quell'interrogarsi, cercando. Come se il mondo- nella sua problematicità- si dilatasse attorno a me.
"Dubitare mi sembrava l'impulso primo a cercare", afferma Ingrao.
Molti di voi ricorderanno l'incipit delle "Meditazioni metafisiche" di Cartesio.
Già da qualche tempo mi ero accorto che, sin dai miei primi anni, avevo accolto per vere molte opinioni false, e che ciò che avevo poi costruito su principi tanto malfermi, non poteva essere che assai dubbio e incerto. Mi ero proposto quindi di cercare seriamente, almeno una volta nella vita, di disfarmi di tutte le opinioni a cui avevo sino ad allora prestato fede, e di ricostruire ogni cosa dalle fondamenta, se pure volevo stabilire qualche cosa di certo".
Il punto di partenza dal quale Ingrao muove ha una diversità di non poco peso, vale a dire che le opinioni da lui accolte all'inizio non si erano in seguito rivelate del tutto false e ingannevoli, ma continuavano ad essere sostanzialmente vere.
Il dubbio allora nasceva non dall'opportunità, ma dalla necessità d'accogliere o meno le inevitabili modificazioni che quelle basilari opinioni via via subivano nel convulso procedere della Storia, senza che però ne intaccassero la verità di fondo.
Ho detto convulso ma forse avrei dovuto dire compresso. Non a caso Hobsbawn ha definito il ‘900 "il secolo breve", per la somma di accadimenti politici, scientifici, sociali avvenuti nei suoi cento anni, con una rilevante accelerazione, motus in fine velocior, nel secondo cinquantennio.
E' stato il secolo che ha avuto, rispetto a quelli che l'hanno preceduto, una massa, proprio nel senso che vien dato in fisica a questo termine, di gran lunga siperiore.
La qualità del dubbio di Ingrao perciò non attiene alla sfera del sistematicismo o se volete dello scetticismo, ma assume il carattere di un procedimento metodico di volta in volta tendente a un fine, a uno scopo: e cioè la verifica del fondamento di una ulteriore certezza.
Ingrao non dubita di tutto ciò che è dubitabile, forse questa posizione è più di un filosofo che di un politico, Ingrao limita il suo dubbio a quando scopre che su un dato argomento, su una precisa posizione, si può scorgere la pur lieve incrinatura della possibilità del dubbio.
E' un dubitare a posteriori. Una postulazione di verifica.
Ma pur entro questi limiti, l'esercizio del dubbio produce in lui, come egli stesso ha affermato, una sorta di dilatazione del mondo.
Il dubbio quindi come mezzo di conoscenza, cioè un dubbio di marca cartesiana per il quale ogni dubbio doveva risolversi nella scoperta di un nuovo territorio su cui avventurarsi.
E su questi nuovi territori di conoscenza Ingrao si è sempre inoltrato non per il gusto dell'avventura intellettuale in sé, ma quasi per assolvere a un dovere politico e umano.
Dovere che non gli ha mai impedito di godere nel contempo del piacere stesso del dubbio e della sua risoluzione.
E che non gli ha impedito mai il fare concretamente politica e di assumersi in prima persona l'impegno di responsabilità di partito e istituzionali.
Direttore dell'Unità dal 1947 al 1956; deputato dal 1948 per dieci legislature fino a quando, nel 1992, chiede di non essere rieletto; nella segreteria del partito dal 1956 al 1966; nel 1968 presidente del gruppo parlamentare comunista alla Camera; presidente della Camera dei deputati dal 5 luglio 1976 fino al 1979, quando chiederà al partito di non essere ancora ricandidato e al suo posto subentrerà Nilde Jotti.

Mi sbaglierò, ma io sono convinto che del suo impegno politico egli sia rimasto maggiormente legato al periodo 1944-45, quando, in una grigia Milano con il piede straniero sopra il cuore, lavorava all'edizione clandestina dell'Unità , quando il vivere e l'agire quotidiani erano un azzardo, quando la possibilità dello scacco era dietro ad ogni angolo, quando si era uomini e no.
In quei giorni la lotta era passione, impegno di tutto se stesso, "fatale come una necessità biologica", e chi era uomo, per il solo fatto di esserlo, era anche potenzialmente un eroe.
Non vi sembri una parola eccessiva.
Cercherò di spiegarne il significato e la ragione per cui mi sento di adoperarla attraverso una frase, della quale vogliate perdonare la lunghezza, tratta da "L'Eroe e l'uomo", un saggio compreso nel volume intitolato "Senso e non senso" di Maurice Merleau-Ponty.
Dopo avere lungamente esaminato i protagonisti di "Per chi suona la campana" di Hemingway, della "Condizione umana" di Malraux e di "Pilota di guerra" di Saint-Exupery, Merleau-Ponty così conclude:
L'eroe dei contemporanei non è scettico, né dilettante né decadente. Senonchè, ha l'esperienza del caso, del disordine e del fallimento, del '36, della guerra di Spagna, del giugno '40. E' in un tempo in cui i doveri e i compiti sono oscuri. Prova meglio di quanto non si sia mai fatto la contingenza del futuro e la libertà dell'uomo. Considerando bene le cose, niente è sicuro: né la vittoria, ancora tanto lontana, né gli altri, che hanno spesso tradito. Mai gli uomini hanno verificato meglio che il corso delle cose è sinuoso, che molto è richiesto all'audacia, che sono soli al mondo e soli l'uno di ftonte all'altro. Talvolta però, nell'amore, nell'azione, s'accordano fra di loro e le vicende corrispondono alla loro volontà...
Fuori dei tempi della fede, in cui l'uomo crede di trovare nelle cose la trama di un destino già tracciato, chi può evitare questi interrogativi e chi può fornire un'altra risposta? O piuttosto: la fede, spogliata delle sue illusioni, non consiste proprio in questo, nel movimento per cui, riunendoci agli altri e riunendo il nostro presente al nostro passato, facciamo in modo che tutto abbia un senso, cioè concludiamo con una parola precisa il discorso confuso del mondo? I santi del cristianesimo, gli eroi delle rivoluzioni passate non hanno mai fatto altro. Semplicemente cercavano di credere che la loro battaglia fosse già vinta nel cielo o nella storia. Gli uomini d'oggi però non hanno più questa risorsa.
L'eroe dei contemporanei non è Lucifero, non è nemmeno Prometeo, ma è l'uomo.
L'uomo comune, l'uomo che puoi incontrare all'angolo della strada.
E in questo senso, con il viatico di Merleau-Ponty e totalmente spoglio di ogni esaltazione retorica, mi sento di considerare Ingrao un perfetto eroe dei nostri anni.
"Volevo la luna", ha intitolato Ingrao il suo più recente libro autobiografico. E pare d'avvertire, nel titolo, come una certa disillusione per non essere riuscito a ottenerla.
E' vero, la luna non è diventata né sua né nostra, se la sono presa gli americani.
Ma Ingrao sulla sua personale luna ci è sbarcato, eccome se ci è sbarcato, non ci ha messo nessuna bandiera, se l'è esplorata tutta e ne ha fornito una meravigliosa, unica e irripetibile relazione di viaggio attraverso la sua stessa vita.

domenica 30 marzo 2008

le proposte della Sinistra su salari,pensioni e costo della vita

Diminuire le tasse per i lavoratori

Il fisco è ingiusto. Lavoratori dipendenti e pensionati sono quelli che sostengono il peso essenziale del sistema. Noi vogliamo cambiare la situazione. Per questo proponiamo di:
- elevare le detrazioni fiscali per i lavoratori dipendenti e la relativa quota esente (portandola progressivamente fino a 12000 euro) con adeguamento automatico all’inflazione e realizzando il raggiungimento del medesimo livello anche per i pensionati;
- diminuire il prelievo fiscale sui redditi più bassi (portando l’aliquota Irpef del 23% al 20%);
- restituire il fiscal drag.

• Incrementare le pensioni attuali

Oltre all’aumento della quota fiscalmente esente anche per i pensionati, proponiamo interventi drastici per incrementare il potere di acquisto delle pensioni

Noi proponiamo :
- di incrementare le attuali pensioni minime e basse fino ad almeno 800 euro mensili netti;
- di cambiare il meccanismo di rivalutazione di tutte le pensioni collegandole alla ricchezza prodotta dal Paese e all’inflazione calcolata su un paniere di beni e servizi essenziali.

Occorre effettivamente assicurare che i lavoratori che svolgono attività usuranti (notte, a vincolo, a catena, a rischio) dovranno vedere riconosciuto il diritto ad andare prima in pensione.
Il TFR dei lavoratori deve poter essere versato volontariamente, per la pensione integrativa, all’INPS e la scelta verso i fondi pensione deve poter diventare reversibile.

• Garantire la pensione per i giovani

Occorre pensare anche alle pensioni future, a quei milioni di ragazze e ragazzi che, a causa della generalizzazione della precarietà e dell’introduzione del metodo contributivo, non potranno avere una pensione dignitosa, tale da garantire una vecchiaia autonoma.
Noi proponiamo un intervento legislativo atto ad assicurare effettivamente una pensione netta, pari ad almeno il 65% dell’ultima retribuzione.

• Combattere il caro prezzi

Secondo le associazioni dei consumatori, dal 2002 al 2008, le famiglie di lavoratori dipendenti hanno dovuto sopportare un aumento della spesa di 9.335 euro. Diciotto milioni di famiglie di lavoratori dipendenti, hanno subito fra il 2002 e il 2007 rincari per 137,4 miliardi di euro in tutti i settori della vita produttiva.

Avanziamo le seguenti proposte:

- esercitare la sorveglianza dei prezzi dei beni considerati sensibili, fino alla possibilità del blocco dei prezzi per i beni di prima necessità;
- definire un paniere di prodotti più rispondente ai consumi reali delle famiglie popolari per misurare l’inflazione e un paniere ad hoc per le famiglie con un pensionato ultrasessantacinquenne;
- un fondo per interventi di sostegno al reddito per le famiglie disagiate per l’accesso ai beni di consumo essenziali.

• Farmers market

Proponiamo di incentivare la vendita diretta, in particolare nel settore dell’ortofrutta, istituendo 400 mercati comunali settimanali con la partecipazione di 8 mila aziende agricole in grado di offrire prodotti alimentari con la migliore convenienza nel rapporto tra prezzi e qualità; si possono così ottenere risparmi per le famiglie fino al 30 per cento.

• Gruppi di acquisto solidale

Proponiamo maggiori agevolazioni ai Gruppi di acquisto solidali (GAS) formati da persone che decidono di incontrarsi per acquistare all’ingrosso prodotti alimentari o di uso comune, da ridistribuire tra loro.

• Piena attuazione dell’azione collettiva risarcitoria (cosiddetta Class action).

La legge finanziaria 2008 ha istituito l’azione collettiva risarcitoria a tutela dei consumatori, prevedendo la possibilità di una causa collettiva. Contro l’introduzione di questa novità ci sono state forti resistenze da parte imprenditoriale. Si tratta ora di varare i provvedimenti attuativi.

la guerra dei voti presunti

da Aprileonline 27marzo

"Io davvero credo che ci sia una possibilità di vincere. Tuttavia se è decisivo vincere è altrettanto decisivo impiantare nella storia italiana una grande forza riformista e democratica, che si attesti attorno al 35%. Sarebbe una rivoluzione con cui tutti dovrebbero fare i conti, al di là del risultato delle elezioni". Questa la frase "incriminata" nell'intervista rilasciata da Goffredo Bettini al "Corriere della Sera". Un passaggio che ha offerto la possibilità di varie interpretazioni e numerosi commenti, tra cui quello della "Velina rossissima", quotidiano online della Sinistra Arcobaleno, che coglie al volo l'occasione per definire le parole di Bettini come "una ammissione preventiva di sconfitta". L'intervento-web prosegue tagliente: "Uno intelligente come Nicola Latorre ha capito subito, smentendo sonoramente Bettini e dichiarando che l'obiettivo è vincere, non arrivare secondi". Se infatti l'obiettivo fosse realmente quello di "perdere bene", cadrebbe del tutto il tormentone del voto utile: "Gli elettori di sinistra devono scegliere tra due tipi di opposizione -prosegue il "Velino"-: quella "riformista" del Pd, nel quale militano esponenti come Calearo e Colannino che non farebbero fatica a votare alcuni provvedimenti economici del governo Berlusconi, o quella della Sinistra, che mai ovviamente si sognerebbe di avallare un rafforzamento della legge 30 o le riforme istituzionali di Bossi o ancora lo sciopero fiscale legalizzato".

Ecco perché secondo la voce di SA "appare del tutto fallimentare la strategia semi-solitaria del Pd. Non farà vincere le elezioni, come Bettini indirettamente ammette, ha diviso l'Unione e renderà difficile costruire una opposizione unitaria a Berlusconi. La replica di Latorre -si conclude in forma sospettosa- forse prefigura scenari da notte dei lunghi coltelli dopo le elezioni, all'interno del Pd, se Veltroni non dovesse vincere".

Intanto prosegue sempre più serrata al guerra dei sondaggi, rimpinguata dall'ultima rilevazione sulle intenzioni di voto realizzata da Coesis Research, pubblicato da un altro quotidiano online, Affaritaliani.it. Sarebbero sei i punti di vantaggio del Pdl sul Pd, con un forte recupero della Sinistra Arcobaleno (8,5%). Il sondaggio rivela che il Popolo della Libertà, con l'aggiunta della Lega Nord, si attesterebbe al 43%, cioè in calo di circa un punto rispetto alla media degli altri rilievi; mentre il Partito Democratico con l'Italia dei Valori ottiene il 37%. All'interno delle singole coalizioni, il Pdl raggiungerebbe il 37,5% (Lega Nord 5,5%), rispetto a un Pd che al momento si assesterebbe intorno al 34% (Idv 3%).

Indicazioni importanti, visto che di tutti questi numeri cominceremo (finalmente) a fare a meno a partire dal prossimo sabato 29 marzo 2008 fino alla chiusura dei seggi elettorali, in base al divieto di pubblicazione e/o diffusione dei sondaggi politici ed elettorali sull'esito delle elezioni, come ricordato dall'Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni in una nota. Per i curiosi della giurisprudenza, lo stop ai sondaggi è una disposizione contenuta nell'articolo 8 della legge 22 febbraio 2000, in pratica quello sulla par condicio, oltre che dagli articoli 15 della delibera n.42/08/ del 4 marzo 2008, e 23 della delibera n. 34/08/ del 29 febbraio 2008, approvati dalla commissione Servizi e prodotti dello stesso organismo di garanzia. Regole ben definite, dunque, che come ben sappiamo negli ultimi anni molti leader politici, in particolare Silvio Berlusconi, hanno interpretato e più o meno rispettato "all'italiana", vale a dire in base al loro tornaconto.

Ad ogni modo, gli ultimi rilevamenti hanno in un certo senso rilanciato la sfida (che per molti sfida non è), alimentata inoltre dalla mossa veltroniana di coinvolgere un milione di persone, il cosiddetto popolo delle primarie, nell'ultimo rush della campagna elettorale, con l'intento di convincere il più alto numero possibile di indecisi.

E forse è anche per mobilitare gli incerti, che nella stessa intervista Bettini dichiara chiusa la fase del fair play, ricordando che "il solo che ha avuto la sfrontatezza di candidarsi per cinque volte è stato Jean Marie Le Pen". Poi cita il Wall Street Journal: "Se torna Berlusconi è un disastro per gli italiani".

Gli unici a non averlo ancora compreso sembrano essere buona parte degli italiani stessi. Probabilmente la maggioranza. Lo scopriremo tra un paio di settimane.

il voto utile per battere Berlusconi

Quello che i media non dicono sulla legge elettorale...facciamo chiarezza:

per non fare vincere Berlusconi bisogna votare La Sinistra-L'Arcobaleno.

Nelle regioni tradizionalmente "rosse" come la nostra, dove è quasi scontata la vittoria del PD, votare la Sinistra L'Arcobaleno vuol dire TOGLIERE SEGGI AL PDL. Non a caso, la simulazione in cui la Sinistra-L'Arcobaleno raggiunge il 9,3% (21 senatori) è anche quella in cui Berlusconi prende meno seggi (154).

Vi speghiamo il perche':

Alla CAMERA:

Com'è noto, alla Camera con questa legge elettorale basta un solo voto in più rispetto a tutti gli altri partiti per aggiudicare 340 deputati (il 54%). Visto che a Montecitorio Berlusconi è in testa in tutti i sondaggi, Pd, La Sinistra-L'Arcobaleno e Udc si spartiranno i 270 deputati restanti. Chi parla di pareggio dunque deve necessariamente concentrarsi su palazzo Madama cioè il Senato.

Al SENATO:

Vediamo il caso dell'Umbria. La legge assegna all'Umbria 7 seggi al Senato. Quattro andranno al partito di maggioranza (presumibilmente il PD) gli altri tre verranno divisi tra le forze che raggiungeranno almeno l'8%, ma non è detto che questa percentuale basti. E' facile capire che se La Sinistra-L'Arcobaleno non dovesse ottenere un successo tutti e tre i seggi andranno a Berlusconi, mentre se gli elettori premieranno la Sinistra unita un seggio andrà alla Sinistra-L'Arcobaleno.

Il Messaggero, in uno studio pubblicato pubblicato recentemente, rovescia tutti i luoghi comuni costruiti ad arte sul «voto utile» grazie ad un'operazione di chiarezza che ribalta l'analisi del bipartitismo artificiale Veltroni-Berlusconi prendendo in considerazione le forze principali in campo. L'analisi del Messaggero tracciando 4 scenari constata che «il controllo del Senato non dipende solo dallo scontro diretto Berlusconi e Veltroni» ma soprattutto dal risultato delle altre forze politiche. Per come è fatta la legge elettorale e per la serie storica di dati tra regioni «bianche» e «rosse» una maggioranza chiara (di destra) con un successo della Sinistra-L'Arcobaleno è quasi impossibile.

Quindi contro la martellante campagna di stampa e televisione i dati provano che chi non vuole far vincere Berlusconi e non vuole accordi tra PDL e PD deve votare La SINISTRA-L'ARCOBALENO.

sabato 22 marzo 2008

perchè votare La Sinistra, L'Arcobaleno

di Fulvia Bandoli

Cominciamo dalla Sinistra Arcobaleno che non sarebbe ancora la Sinistra che vorremmo. E' una verità incontestabile, essa per ora è prevalentemente un cartello elettorale, è ancora troppo chiusa nei suoi confini, e il progetto di un soggetto unitario e plurale della sinistra che superi tutti i partiti esistenti viaggia troppo lentamente. Ma il cammino è iniziato e questo è altrettanto incontestabile.
Non siamo certi dell'esito, è vero, ma abbiamo una speranza concreta di farcela. Dall'altra parte è chiaro invece, perché lo dichiarano gli stessi dirigenti del Pd, che il partito democratico non è e non vuole essere un partito di sinistra ma di centro democratico.
Parto da qui perché per me il fatto che in Italia esista e sia radicata socialmente una forza politica unitaria della sinistra è un fatto di grande valore. La scomparsa della sinistra in italia, unico paese d'Europa, mi pare un fatto enorme.
Non è essenziale essere in parlamento, anche questo è vero, ma rinunciare in partenza alla possibilità di esserci non mi parrebbe giusto. Dunque abbiamo fatto bene ad unirci e a presentarci alle elezioni. Ma il nostro lavoro deve essere rivolto di più al territorio, al radicamento nei luoghi dove le persone vivono e lavorano, al coinvolgimento di quel vasto popolo della sinistra che non si riconosce in nessuna delle quattro forze che hanno dato vita alla sinistra arcobaleno ma che non si riconoscerebbe mai nel Pd. La Sinistra alla quale dobbiamo aspirare è popolare, mette al centro il lavoro la giustizia sociale e la qualità ambientale dello sviluppo, non è una sinistra di protesta o di testimonianza. Punta ad essere grande, per cambiare le cose in questo Paese. Accetta la sfida del governo del paese. Per la verità io ritengo che anche all'interno dell'ultimo governo Prodi la Sinistra abbia accettato la sfida del governo e abbia dimostrato lealtà ai programmi: infatti il Governo cade per colpa di Dini e Mastella e non riesce ad attuare il suo programma a causa delle molte resistenze delle piccole forze di centro e di una parte del Pd ( superamento legge 30 sul precariato, conflitto di interessi, falso in bilancio, riforma della legge 40 sulla procreazione assistita, diritti civili, patrimoniale sulle grandi rendite finanziarie….sono tutte riforme che erano nel programma dell'Unione e che si sono arenate non certo per colpa delle forze della sinistra). Su questo punto non possiamo raccontare storie, chi era in parlamento lo sa bene.
E anche sulla legge elettorale le forze della sinistra ( tranne il PDCI) si erano dichiarate disponibili ad approvare una riforma elettorale sul modello tedesco con sbarramento al 5 per cento.
Le resistenze sono venute da Berlusconi che voleva andare al voto ma anche dal Pd che si è presentato al confronto con quattro proposte diverse (modello tedesco, oppure spagnolo, oppure un mix tra i due…un modo confuso per non chiudere su nulla quando ancora c'era tempo e il buon Chiti lavorava indefessamente sulla questione).
E veniamo ad alcune altre osservazioni sparse. Le ideologie non sono più il collante, è vero. Ma i principi, i valori e i programmi dovrebbero essere chiari. La laicità è un principio base della Costituzione, non si possono avere incertezze e invece troppe sono state le occasioni nelle quali non si è tenuta la schiena diritta. Il lavoro è un valore, e i diritti di chi lavora vanno tutelati, così come la salute e il salario. Ma anche su questo non ci siamo. Il PIL non può essere l'unità di misura del benessere di un Paese, l'ambiente, la cura delle persone, la formazione e la ricerca, il disarmo, la lotta alla povertà e molte altre cose ancora il Pil non le garantisce. Io credo in una Sinistra che non rinuncia a cambiare lo stato di cose esistenti, che si batte perché le ingiustizie diminuiscano, che cerca di realizzare un diverso modello di sviluppo e di consumi. Su questi temi e su molti altri ancora il programma del Pd non solo non mi tranquillizza ma mi vede su posizioni molto diverse.
E veniamo alla questione del voto utile per salvare l'Italia da Berlusconi.Finalmente ieri Il presidente della Repubblica ha detto la parola fine su quest'inganno. Utile è andare a votare. Dunque ogni voto è utile. Avevo inteso da Veltroni che stavolta si votava per qualcosa e non contro qualcuno, che non poteva essere l'antiberlusconismo l'unico collante. E mi pare una osservazione giusta, si vota per la forza politica più vicina ai propri principi: è anche un modo per ridare senso alla politica, per superare tutti i trasforismi e la distanza oramai enorme che la separa dalle persone in carne ed ossa.
E ho anche sentito che qualora vi fosse un esito quasi pari al senato si potrebbe andare ad un governo di larghe intese tra PDL e Pd. Così chi ha votato per il Pd credendo di votare contro Berlusconi potrebbe veder utilizzato il suo voto in un governo insieme a Berlusconi. Una formidabile eterogenesi dei fini.
Certo è vero che Berlusconi ha cambiato in peggio la politica, l'ha spettacolarizzata, ha esasperato il leaderismo, cancellato la partecipazione. Ma sono d'accordo con quello che dice Nanni Moretti nel suo film "il Caimano"…Berlusconi ha cambiato anche noi e non ce ne siamo neppure accorti.
Anche nei nostri partiti ci sono tanti uomini soli al comando, la partecipazione è episodica e quando si partecipa si ratificano cose altrove già decise, si fa politica in televisione e con annunci a sorpresa, si annunciano le decisioni a Porta a Porta. Io penso ad una Sinistra che cambia la politica e la rimette nelle mani dei cittadini (non solo dei consumatori).
Se La Sinistra l’Arcobaleno otterrà un buon risultato sarà un buon segno anche per il Pd, un modo per tenere aperto un confronto sulla sinistra e per evitare che questo partito si sposti sempre più al centro.
Da ultimo voglio introdurre un tema del quale pochi parlano: il centro sinistra è andato al governo due volte e due volte è caduto dopo due anni…sappiamo e non dimentichiamo le responsabilità della prima caduta e anche della seconda. MA siamo sicuri che tutto è imputabile alla frammentazione dei partiti? Non è piuttosto vero che un governo se vince deve cercare di attuare il suo programma? E che se non lo fa si indebolisce e paga un prezzo? Come è potuto accadere che la pressione fiscale sul lavoro sia aumentata con il governo Prodi e che i salari si siano abbassati? Che la precarietà non sia diminuita? Che non si siano fatte leggi che avevamo promesso chiedendo il voto? Come può accadere che si governi la Campania per oltre un decennio e non si riesca a mettere a regime il ciclo dei rifiuti? Pagheremo molto caro anche questo eppure non lo diciamo mai.
Io credo che nell'esprimere il nostro voto dovremmo portare con noi i principi nei quali crediamo.
Non credo che votando La Sinistra l’Arcobaleno si aiuti Berlusconi. E chi lo dice è in malafede.
Berlusconi lo abbiamo aiutato quando abbiamo mostrato all'Italia e all'Europa intera cumuli di spazzatura, quando abbiamo mancato gli impegni che ci eravamo presi con gli elettori, quando non abbiamo pensato a fare in fretta la legge sul conflitto di interessi e ci troviamo ancora una volta a votare in un sistema di duopolio televisivo che lo vede proprietario di uno dei due poli.
Io mi prendo le responsabilità che sono mie, ma qualcun altro non può far finta di sbarcare oggi in Italia e di non conoscere queste realtà.
Pensare di fermare Berlusconi votando Pd è un'altra illusione di questa campagna elettorale che si presenta con un bipartitismo forzato e in qualche modo falsificante.
Il berlusconismo si batte con una battaglia culturale e politica seria, che ridia alle parole il loro significato e alle riforme il loro senso pieno. Non ci sono scorciatoie.

* della Presidenza di Sinistra Democratica

contro le morti bianche

“ Cose come queste ci tolgono le parole e ci impediscono di pensare”. Ha commentato così il leader della Sinistra l’Arcobaleno la notizia dei due morti sul lavoro . Un giovane stuntman di 31 anni è rimasto vittima a Sesto San Giovanni di una scena inquietante per la sua tragica ironia: la morte di un giovane operaio, che cadendo da un’impalcatura, moriva sul colpo atterrando al suolo. Il giovane attore, durante la prima scena, è atterrato sul materasso che attutiva il colpo. Purtroppo l’azione è stata replicata, nonostante la sua pericolosità che aveva fatto allertare la produzione tanto da chiamare pompieri, ambulanza e polizia. La scena è stata fin troppo reale e la finzione ha subito preso il sapore della tragedia, un sapore che sa di sangue, di dolore, di morte. Lo stuntman è stato subito portato in ospedale e immediatamente è stata dichiarata la sua morte cerebrale. Una tragedia che purtroppo fa notizia per l’ironia della sorte di cui è stato vittima il giovane trentunenne. Sfortunatamente non è stata l’unica morte sul lavoro della giornata: trent’anni aveva anche un operaio di San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno), morto schiacciato da una pressa mentrelavorava nello stabilimento di un’azienda che produce profilati metallici in Contrada Valle Cupa di Colonnella (Teramo). “Sgomento. Rabbia. Sdegno. Ecco cosa si prova a leggere dell’ennesima notizia sui morti sul lavoro” continua il candidato premier della Sinistra l’Arcobaleno “la finzione che diventa realtà, una realtà con quattro vittime al giorno – continua Fausto Bertinotti - che deve portare a rafforzare il nostro impegno per cambiare lo stato di cose”. Continuiamo ad indignarci, combattendo l’abitudine alla lettura di notizie così tragiche. E’ l’unico modo per avere la forza di lottare per una maggiore sicurezza in ambito lavorativo.

sulla par condicio


La violazione della par condicio è violazione della democrazia
di Paolo Brutti


Quello che sta succedendo nell’informazione politica nel periodo elettorale è di estrema gravità. L’intervento dell’Agcom, che chiede l’immediata correzione dello squilibrio rilevato nell’informazione televisiva dei telegiornali che ha avvantaggiato in modo spropositato i due partiti del PD e del PDL su tutti gli altri (per esempio 60% del tempo dedicato al PD/PDL, 10% del tempo dedicato a Sinistra Arcobaleno) richiede un immediato accoglimento da parte delle testate che stanno violando la legge. Purtroppo però il danno politico è ormai fatto. Ma c’è di più.
Non siamo di fronte solo al tentativo delle varie reti televisive e dei vari commentatori di avvantaggiare il PD e il PDL e i loro leader, come manifestazione di sudditanza politica e di richiesta di benevolenza verso i due capi partito. Questo lo abbiamo visto accadere già altre volte, e resta memorabile “Il mio editore di riferimento è la DC” di Bruno Vespa. In fondo il conflitto d’interessi e la legge della par condicio nascevano proprio dallo smodato utilizzo del mezzo televisivo attuato da Berlusconi.
Non siamo quindi solo di fronte ad una manifestazione continua di lottizzazione politica dell’informazione radio televisiva tra PD e PDL. Siamo di fronte ad una precisa operazione politica di grande portata, che serve gli interessi di PD e PDL in modo strategico e strutturale: è in atto un tentativo di modificare la struttura del sistema della rappresentanza politica, inducendo nell’elettorato la convinzione che ormai ci sono solo due forze politiche in campo, il PD e Il PDL e due solo aspiranti alla presidenza del governo italiano dopo le elezioni di aprile e cioè Veltroni e Berlusconi.
Attentare alla struttura della rappresentanza vuol dire attentare ad una parte non marginale della struttura della democrazia politica. Questo non è poco e va ben oltre la lottizzazione politica. Un’informazione piegata a questa pericolosa operazione politica è un’informazione essa stessa pericolosa.
Per capire che cosa si possa fare per impedire questo scempio della democrazia occorre comprendere come questo tentativo sia stato messo in atto, fin ora con successo.
Siamo in tempi di par condicio e la legge è operante per la RAI e per le emittenti private, dopo le deliberazioni della Commissione di Vigilanza e dell’Agcom. Il fatto è che la legge della par condicio regola con sufficiente precisione, attraverso prescrizioni quantitative, gli spazi attribuiti a ciascuna forza politica che si presenti con una propria lista alle elezioni. Si tratta di quella che la legge definisce come la cosiddetta comunicazione politica, cioè le tribune elettorali, le interviste elettorali, la comunicazione autogestita. Ma la comunicazione politica è solo una parte, e neppure la principale, dell’informazione politica, anche durante la campagna elettorale. Vi sono altri modi di intervenire sull’informazione politica attraverso il mezzo televisivo e quello radiofonico, per esempio utilizzando le cosiddette trasmissioni di approfondimento politico. Su di esse la legge della par condicio fa delle affermazioni importanti, di principio, condivisibili ma di tipo qualitativo. Per l’informazione politica e gli approfondimenti politici fissa i criteri di pluralismo, obiettività, imparzialità e parità di trattamento, cui esse debbono rispettare, senza definire esattamente come questo si traduca in presenze, in tempi e in molteplicità di confronti. Si tratta di una lacuna dell’ordinamento, perché, come ognuno vede, non è semplice, anzi spesso e del tutto fittizio, definire dove finisca la comunicazione politica e dove cominci l’informazione e l’approfondimento politico. Il confine è sottile e proprio su questo confine si operano le più gravi discriminazioni. Qui vengono veicolati i messaggi del voto utile, del bipartitismo prossimo venturo, della molteplicità dei partiti come unica e vera responsabilità della difficile governabilità italiana.
In ogni caso, nella delibera della Commissione di vigilanza - dopo una difficile battaglia che ha visto PD e PDL schierati sulle medesime posizioni per aprire vasti buchi nella rete della par condicio - e nella delibera dell’Agcom si regola anche quest’aspetto, affermando che, seppure il pluralismo e la non discriminazione non possono essere interpretati come obblighi di dare esattamente gli stessi tempi di comparizione sui teleschermi e alla radio di tutte le liste che si presentano alle elezioni, l’elasticità sui tempi che ne consegue, e che resta nella discrezionalità della testata o del conduttore, non può condurre a che alcune presenze e alcuni confronti e apparizioni sono sempre garantiti e altri abbiano un ruolo del tutto marginale o addirittura non si facciano mai.
Di più, non è neppure possibile che i principi di pluralismo e di non discriminazione vengano verificarti solo quando tutte le trasmissioni di approfondimento saranno concluse, ma che essi devono essere valutabili a priori, attraverso la predisposizione di un programma quanto più completo di tali trasmissioni d’informazione e d’approfondimento, sul quale ottenere la valutazione delle strutture direzionali delle testate e delle reti televisive, alle quali imputare le azioni di recupero e le eventuali sanzioni dell’Agcom.
Tutto questo non sta avvenendo e le comparse e i confronti dei due partiti del PD e del PDL sovrastano e oscurano tutte quelle degli altri. E siamo solo all’inizio. L’Agcom ha iniziato a impartire sanzioni, ma esse giungono quando il danno politico è stato compiuto e l’obiettivo di far transitare il regime di bipartitismo reale è ormai quasi realizzato.
Uno dei modo più insidiosi a cui ricorrono i conduttori televisivi e radiofonici per indurre gli ascoltatori a convincersi che il confronto politico è ridotto a due soli partiti è quello di specializzare i contenuti di una trasmissione di approfondimento e di far partecipare ad essa i rappresentanti di PD e PDL che hanno avuto responsabilità di governo su quello argomento, sostenendo, di fronte alle contestazioni, che costoro sono gli unici politici che hanno la caratteristica richiesta dall’approfondimento. È il caso di una trasmissione televisiva del mattino, dove con l’argomento che si parla di televisione, chi meglio del ministro Gentiloni e dell’ex ministro Gasparri possono essere invitati. Non ci vuole molto ad indovinare quale piega abbia preso la trasmissione e quali manifestazioni di spirito bipartisan e di reciproca legittimazione siano fiorite durante l’incontro. Questo è solo l’ultimo di molti casi. Rammento tra tutti la trasmissione di Vespa sulle proposte programmatiche per i giovani, nella quale è stata invitata il ministro del PD addetto ai giovani, Melandri e la giovane per antonomasia del PDL, Meloni.
Ora protestare non basta più. Il disegno politico è stato svelato e la trama tessuta da PD e PDL è evidente a tutta l’opinione pubblica. Il Presidente della Repubblica ha fatto sentire la sua voce e ha detto che il voto non deve essere utile ma deve essere libero. I partiti del PD e del PDL, che dominano l’informazione e i loro guardia spalle non possono proseguire nella realizzazione di questo progetto. Per ottenere che ci si muova in questa direzione è almeno necessario, anche se non sufficiente, che le reti, le testate e i conduttori delle emittenti pubbliche e di quelle private, facciano un piano complessivo delle trasmissioni dedicate all’informazione e all’approfondimento politico e lo sottopongano al giudizio di legittimità dell’Agcom. Almeno sapremo in anticipo quali manomissioni del pluralismo dell’informazione e quali discriminazioni i partiti diversi dal PD e dal PDL dovranno subire e forse si potrà mobilitare l’opinione pubblica ad ottenere dall’Agcom atti preventivi che ristabiliscano condizioni di agibilità dell’informazione e condizioni di parità tra le varie forze politiche, almeno durante la campagna elettorale.

*candidato al Senato in Umbria

martedì 18 marzo 2008

sul lavoro


sintesi delle proposte della Sinistra per il lavoro e contro la precarietà
1. Dignità e diritti nel lavoro: la sicurezza

Ogni giorno in Italia muoiono in media 4 persone mentre lavorano. Grazie a una legge voluta dal Governo Berlusconi si può lavorare anche 13 o 14 ore al giorno e spesso per lavorare occorre rinunciare ai propri diritti. Siamo arrivati al paradosso che il lavoro è pagato a prezzi orientali e le merci così prodotte vengono vendute a prezzi occidentali.La Sinistra l’Arcobaleno propone: una legge che fissi la durata massima del lavoro giornaliero in 8 ore e in 2 ore la durata massima degli straordinari; l’immediata approvazione dei decreti attuativi del Testo Unico sulla Sicurezza sul lavoro e quindi più controlli e più certezza e severità delle pene per le imprese che trasgrediscono le norme.
2. Dignità e diritti nel lavoro: lotta alla precarietà

I lavoratori e le lavoratrici precarie nel nostro Paese sono oltre 4 milioni. È precarietà di vita, non solo di lavoro. La Sinistra l’Arcobaleno propone di superare la legge 30 e di affermare il contratto a tempo pieno e indeterminato come forma ordinaria del rapporto di lavoro; di rafforzare la tutela dell’articolo 18 contro i licenziamenti ingiustificati; di cancellare dall’ordinamento le forme di lavoro co.co.co, co.co.pro e le false partite IVA.
3. Dignità e diritti nel lavoro: salari, fisco e redistribuzione del reddito

Nel 2003 ai lavoratori toccava il 48,9% del reddito prodotto nel Paese, nel 1972 era il 59,2%. Oggi la quota dei redditi da lavoro dipendente è ulteriormente diminuita. Secondo i dati della Banca d’Italia, dal 2000 al 2006 prezzi e tariffe sono notevolmente aumentati e i salari sono rimasti invariati. La Sinistra l’Arcobaleno vuole fissare per legge il salario orario minimo per garantire una retribuzione mensile netta di almeno 1000 euro; propone un meccanismo di recupero automatico annuale dell’inflazione reale; propone di elevare le detrazioni fiscali per i lavoratori dipendenti. La Sinistra l’Arcobaleno vuole introdurre, come avviene in tutta Europa, un reddito sociale per i giovani in cerca di occupazione e per i disoccupati di lungo periodo, costituito da erogazioni monetarie e da un pacchetto di beni e servizi. La Sinistra l’Arcobaleno propone di diminuire il prelievo fiscale per i redditi più bassi portandoli dal 23 al 20%, contemporaneamente di aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie al 20%, di redistribuire il reddito ai lavoratori e alle lavoratrici attuando immediatamente quanto previsto dalla Finanziaria di quest’anno, che destina loro tutto l’extragettito maturato.

sulla questione salariale

14 Marzo 2008
Salari bassi? No, da fame
autore: redazione

E ci voleva l’Ocse per scoprire che l’Italia ha salari indecenti?
Il rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico “Tax and Wages 2007” (Tasse e salari) colloca l’italiano medio, single e senza figli a carico, al 23° posto nella graduatoria dei Paesi Ocse.
Secondo il rapporto, con uno stipendio netto di 19.861 dollari all’anno, pari a 12.946 euro, il 45,9% di tasse ed un cuneo fiscale salito in un anno di 0,3 punti percentuali, l’Italia viene preceduta non solo a Francia, Germania e Gran Bretagna, ma anche a Paesi come Grecia e Spagna e seguito solo, tra i Paesi europei, da Polonia e Portogallo.
Non si può parlare di una fotografia gratificante, soprattutto per chi deve arrivare a fine mese con uno stipendio netto che si aggira mediamente intorno ai mille euro. Per rendere ancora più chiara la situazione diciamo che gli italiani sono agli ultimi posti della classifica degli stipendi.
Sotto i lavoratori single italiani si collocano solo sei paesi tra cui la Repubblica Ceca (13.485 dollari), il Portogallo 17.184 dollari) e la Turchia (11.572 dollari). Il reddito annuo netto del lavoratore single in Italia si posiziona inoltre sotto la media dei paesi Ocse, che è di 24.660 dollari, sotto la media dei paesi Ue a 15 che è di 26.434 e sotto la media dei paesi Ue a 19 che è di 23.282 euro.
Le famiglie monoreddito, con due figli, non se la passano certo meglio: lo stipendio medio netto è fissato a 24.308 dollari, anche in questo caso al posto numero 23 della classifica Ocse.
Questi dati drammatici confermano l’emergenza salariale vissuta quotidianamente dai lavoratori italiani, una situazione assolutamente nota alla maggioranza della popolazione che vive sulla propria pelle e sui propri nervi i numeri di queste statistiche.
L’esponente del Pdci – la Sinistra l’Arcobaleno, Gianni Pagliarini, avverte che «se non sapremo affrontare il grande tema della disuguaglianza, che si è materializzata negli ultimi trent’anni attraverso lo spostamento ingente di risorse dal lavoro ai profitti e alle rendite, non daremo una risposta compiuta al problema».
E l’unica possibilità di dare seriamente risposta a questo problema risiede nella forza della Sinistra l’Arcobaleno, sempre dalla parte dei lavoratori, in un panorama politico che vede una destra sempre più violentemente liberista ed un Pd sempre più lanciato alla rincorsa, formale e sostanziale, del Pdl.

www.larinascita.org

le nostre proposte


ecco le proposte della Sinistra per i centri abitati di Casali,Papigno,Miranda,Larviano e Piediluco

CASALI:
Creazione di uno spazio polifunzionale e realizzazione del marciapiede dall'incrocio fino al cimitero
PAPIGNO
nuovo parcheggio, come già chiesto con una nostra mozione
MIRANDA
completamento dei lavori avviati con il PUC (piano urbano complesso)
LARVIANO
realizzazione impianto fognario e realizzazione spazio polivalente presso ex scuola
PIEDILUCO
realizzazione nuovi loculi presso il cimitero.
la sinistra ternana è contraria alla svendita della ex scuola elementare, proponiamo che lo stabile sia utilizzato per trasferirvi i servizi comunali presenti in paese e per realizzarvi una sala polivalente.
i gruppi della Sinistra sono impegnati soprattutto per migliorare nei nostri centri i servizi presenti, per realizzare spazi adatti alla vita culturale e ricreativa delle varie associazioni.
chiediamo inoltre che il Comune si faccia sentire presso Telecom affinchè tutta la Circoscrizione sia coperta dalla linea ADSL

giovedì 6 marzo 2008

Le proposte della Sinistra per Marmore


Pubblichiamo le richieste fatte dalla Sinistra nel Bilancio 2008 del Comune di Terni per il paese di Marmore.nei prossimi giorni pubblicheremo quelle per gli altri centri.
si accettano critiche e suggerimenti.

I gruppi consigliari al Comune di Terni e alla Circoscrizione “Velino” della “Sinistra–Arcobaleno” , hanno chiesto i seguenti interventi da realizzare nel paese di Marmore:

Spazio Polivalente Sono ormai dieci anni che le Associazioni e i cittadini di Marmore chiedono la realizzazione di una sala polivalente per le attività ricreative e culturali.
Il nostro impegno e per far sì che sia previsto, nel Bilancio Comunale, la realizzazione di quest’opera tanto attesa.
Marciapiedi Via Faggetti è un intervento non più rinviabile! Erano previsti per il 2006! Chiediamo che quest’anno vengano realizzati, per consentire una maggiore sicurezza ai pedoni in una strada dove c’è una forte presenza di traffico, soprattutto di mezzi pesanti.
Ex Scuola Elementare:
abbattimento barriere architettoniche e trasferimento Farmacia Comunale
chiediamo che venga realizzato un montascale che consenta a disabili e persone con difficoltà motorie, di raggiungere gli uffici anagrafici e circoscrizionali di Marmore.
Proponiamo anche che la Farmacia Comunale sia trasferita nei locali della ex Centrale Telecom.

mercoledì 5 marzo 2008

intervento di Michele Prospero sul voto utile

C'è un solo voto utile, quello che sconfigge sia la copia che l'originale della politica degradata a comunicazione

di Michele Prospero*

E’ proprio vero: quello che un tempo è stata un tragedia tende a ripresentarsi solo qualche anno dopo come una farsa. Il fatto è che Veltroni somiglia sempre più al Berlusconi prima maniera. C’è molto in comune tra il leader del Pd e il cavaliere ridens che nel 1994 ruppe tutti gli schemi della vecchia politica gettando sul piatto la magia dei sondaggi e vendendo sogni a buon mercato di nuovi miracoli italiani. Non c’è incontro al quale Veltroni non si presenti con la pretesa soverchiante forza argomentativa dei sondaggi. Persino gli scommettitori inglesi sono stati portati come inconfutabile prova della ascesa prepotente del Pd. E il nuovo miracolo italiano, la promessa di un fragoroso boom economico è stata frugata dalle tasche del cavaliere e immessa nel cuore della “bella politica”. Berlusconi parla poco in questa campagna elettorale anche perché in cuor suo spera che tra la copia (i colori, i simboli di Pd e Pdl si confondono, le scenografia sono le stesse con ragazze-hostess impiegate come cornice del capo che parla, anche i riti collettivi culminano in sguaiate note di Mameli. A proposito: lo sanno nel Pd dei teodem che Mameli partecipò alla demoniaca repubblica romana e scrisse versi contro il papa tiranno che finalmente andava via?) e l’originale gli elettori sappiano alla fine distinguere.
Il Veltroni grossolanamente dialettico-hegeliano (che ha spezzato la logica formale del povero matematico Oddifreddi, costretto a sbattere la porta al Pd), il Veltroni del “ma anche”, è la versione aggiornata del Berlusconi ossimoro ambulante che si presentava come “Presidente operaio”, imprenditore, muratore, coltivatore, donnino di casa, commerciante, sportivo. I contenuti per loro non contano molto. Anzi i numeri sono indizi di una vecchia politica. Il principio di realtà sfuma in un culto maniacale dell’immagine. In una politica ridotta a effetto annuncio di cose improbabili e di candidature miracolistiche importa solo la carica evocativa e suggestiva di un messaggio ipersemplificato e generico. E tutti e due i leaders giocano sullo stesso pedale: meno tasse. Come trovare i fondi per le politiche pubbliche cui nessuno dichiara di rinunciare è un dettaglio secondario. Promesse a buon mercato e in più generali e prefetti nelle liste per dare una spruzzata di ordine e sicurezza, ricette sbrigative che non guastano mai in una politica degradata.
E’ chiaro che la politica con queste pratiche manipolatorie subisce una caduta culturale catastrofica. Ma non si creda che la politica sub specie comunicazione sia solo una immagine vuota, senza contenuti. No, questa politica dell’immagine ha invece pesanti contenuti materiali: essa purtroppo segna il trionfo definitivo delle potenze materiali del mercato, della finanza e dell’impresa. Pd e Pdl sono di fatto due gruppi di potere economico che sono in lotta e però condividono la visione di una politica come docile arma dell’economia. La trama degli interessi che sta dietro il Pdl è fin troppo nota. Meno indagata è invece la straordinaria potenza economica e mediatica del Pd (è forse solo un caso che questo partito ormai senza idee in almeno 5 regioni sia incorso in pesanti inchieste della magistratura?). Per il Pd conta una corposa costituzione materiale che orienta le scelte, determina la leadership, suggerisce le alleanze, stabilisce chi è opportuno invitare e chi non è gradito. E’ il gruppo di potere che vede la Repubblica l’Espresso, assieme appena un po’ più defilato alla Rizzoli Corriere della Sera, alla Stampa, le grandi banche unicredit, intesa, le grandi aziende che hanno partecipato alla gran festa delle privatizzazioni (della telecom ad esempio). Il Pd conta inoltre dell’apporto di tg 1, tg 3 (su Ballarò danno ogni settimana imbarazzanti sondaggi che vedono un Veltroni in costante ascesa e una sinistra orami scomparsa al 5 per cento), della sette. C’è una morsa di ferro che intende imporre un sistema politico finalmente omologato, ridotto ad una sola variabile, quella del mercato e della precarietà come emblema del tempo moderno. Chi è fuori di questo possente circuito mercantile deve tacere. Per questo su Repubblica ci sono stati appelli a favore della Bonino, per recuperare nel Pd una qualche sensibilità per i diritti civili. La sinistra non ha certo una sensibilità inferiore a quella dei radicali per i nuovi diritti di libertà, ma a nessuno su Repubblica è venuto in mente di chiamarla in causa. La ragione di questa dimenticanza selettiva non è difficile da cogliere: mentre la Bonino condivide la flessibilità e il mercato come cifra assoluta del moderno sistema economico, la sinistra non accetta questa prospettiva che tanto a cuore sta all’impresa e quindi deve essere subito condannata all’oblio.
C’è per questo oggi un solo voto utile. Capace di sconfiggere sia la copia sia l’originale della politica degradata a comunicazione. Ed è un voto che riscopra la politica come gusto della parzialità, del conflitto attorno ai fini. E’ certo un’impresa titanica scalfire l’opprimente pensiero unico veltroniano e berlusconiano che i media impongono all’unisono come la grammatica indiscutibile dei tempi nuovi. Ma questa è la più importante posta in gioco: la sopravvivenza di una sinistra forte e per questo capace anche di innovare la sua cultura. Se i segni dei tempi nuovi sono le grandi imprese editoriali al posto di comando, occorre scagliarsi contro il nuovo. Se il nuovo è un capo che elegge i deputati e impone ai partiti storici di sciogliersi è più saggio essere vecchi. Se il nuovo è il grande capitale che detta l’agenda ai partiti personali, meglio starne fuori. Il voto utile oggi è solo quello che dà rappresentanza a una politica da ricostruire come cultura e come critica dell’abbraccio mortale tra governo, media e denaro.

*docente di filosofia della politica e componente del Comitato promotore di Sd

nuovo regolamento Lago di Piediluco

Lago di Piediluco, ecco il nuovo regolamento

04.03.2008 - ore 09:52 - Il consiglio comunale ha approvato le disposizioni per la navigazione. Ammessi i motori fino a cinque cavalli

Sul lago di Piediluco potranno navigare barche con motori a quattro tempi di potenza massima non superiore a 5 cavalli. E' una delle disposizioni del nuovo regolamento per la disciplina della navigazione in sicurezza sul lago di Piediluco approvato ieri sera dal consiglio comunale con 19 voti a favore da parte dei gruppi del centro-sinistra e 4 astensioni dal centro-destra. Il nuovo regolamento per Piediluco, illustrato dall'assessore Gianfranco Salvati, si è reso necessario a seguito dell'approvazione da parte della Provincia di un analogo atto che disciplina la navigazione su tutti i laghi del territorio provinciale. Per Piediluco si sono quindi rese necessarie misure più specifiche. "Si tratta - ha detto Salvati - di uno strumento frutto di un'ampia concertazione che ha l'obiettivo di migliorare complessivamente la fruibilità del lago".

Nel nuovo regolamento viene tra l'altro definita una fascia costiera di 25 metri all'interno della quale la navigazione è consentita ai natanti a motore solo al minimo dei giri. E' invece del tutto vietato l'utilizzo delle moto d'acqua e lo sci nautico. Sempre per quel che riguarda le imbarcazioni a motore, il limite di potenza a 5 cavalli può essere derogato, fino ad un massimo di 40 cavalli, oltre che per i natanti adibiti a soccorso e controllo, anche per quelli utilizzati come assistenza alle gare di canottaggio, per i natanti adibiti a servizio pubblico di linea e per quelli dei pescatori professionisti muniti di regolare licenza. Le sanzioni amministrative per le violazioni di queste regole vanno dai 103 ai 500 euro.

Tra le altre disposizioni ci sono quelle del divieto di abbandonare o rendere comunque inservibili i natanti sullo specchio d'acqua o sulla battigia. E' vietata anche la pesca sportiva da terra durante la stagione balneare nelle zone frequentate dai bagnanti. E' invece consentita la navigazione di tutti i natanti a remi, a vela e a pedali, oltre che delle tavole a vela (con giubbotto di salvataggio), ma solo di giorno, da un'ora dopo l'alba fino al tramonto. La navigazione è comunque vietata nelle zone riservate alla balneazione appositamente delimitate e all'interno dei campi di gara di canottaggio durante le manifestazioni sportive autorizzate e gli allenamenti. Altri articoli del regolamento disciplinano la locazione e il noleggio dei natanti e l'ammaraggio degli aerei per il rifornimento d'acqua necessario per lo spegnimento degli incendi.